Consorzio della Quarantina

Consorzio della Quarantina
   la civiltà della forchetta

 
in memoria di Giovanni Rebora
 
 
home
 
presentazione
 
cucina e tradizioni
 
articoli e pubblicazioni
 
storie di parole
 
appunti di viaggio
 
archivio giovanni rebora
 
rubrica sul vino
 
ricette
 
cosa ne pensano
 
contatti
 
meteo
 
dove siamo
 
collegamenti
 

Storie di parole

Una richiesta di chiarimento in merito al termine fiammenghilla rivolta a Fiorenzo Toso ci ha offerto lo spunto per creare questa rubrica, attraverso la quale è possibile formulare analoghe richieste a cui Fiorenzo Toso risponderà direttamente su questa pagina.
Chiedi il significato di un vocabolo italiano o genovese

Elenco dei vocaboli richiesti:

Alchermes - Richiesta di Vincenzo, Terni
La voce è presente in italiano dal XVI secolo, quando la si incontra in un ricettario fiorentino.
Deriva dallo spagnolo e catalano alquermes, documentato nel sec. XV e derivante a sua volta dall'arabo di Spagna (al) qármaz, variante dell'arabo letterario (al) qírmiz, che è il nome della 'cocciniglia', attribuito al liquore per via del suo colore rosso analogo a quello della sostanza colorante. La voce araba deriva a sua volta dal persiano kirm 'verme, lombrico', poiché la cocciniglia, come è noto, si ricava da certe specie di insetti. Il termine alchermes (alkermes, alquermes) è diffuso nelle principali lingue europee.

Arbanella - Richiesta di Mario
Il corrispondente esatto è albarello, alberello. Sia la parola genovese che quella italiana hanno origine discussa: secondo alcuni derivano da ALBANUS 'bianchiccio', per altri dal tipo italiano albera, genovese àrboa 'pioppo' indicando in origine vasi di legno, ipotesi che però non è del tutto convincente.
Si può anche pensare a una connessione con ALVEOLUS. In ogni caso arbanella non sembra essere una voce particolarmente antica in genovese, dove non è attestata rima del 1750, e si può ragionevolmente pensare che si tratti di una variante della forma italiana con dissimilazione di r in n.

Assettate (siediti) - Lucia da Roma
Il tipo assettarsi per 'sedersi' deriva dal latino volgare *ASSEDITARE che aveva lo stesso significato, ed è diffuso prevalentemente in area francese e nell'Italia settentrionale: in genovese ad esempio la forma asetarse è presente alla fine del XIII secolo e continua nel moderno assettâse. In siciliano si tratta di una delle tante voci introdotte sull'isola dalla Francia e dal Nord Italia in epoca medievale, soprattutto all'epoca della dominazione normanna. Come è noto, inoltre, in Sicilia esistono ancora comunità che parlano dialetti di tipo italiano settentrionale, ligure-piemontese (ad esempio a Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, Novara di Sicilia ecc.), che possono avere costituito il tramite per l'assunzione di questa e di altre voci.

Axillo - Richiesta di Francesca, Genova
La parola è difficilmente traducibile in italiano, indica uno stato di eccitazione, di agitazione gioiosa, qualcosa come l' "invexendo" che è un altro termine nostro che non ha un esatto corrispondente. Deriva dal latino classico *ASILLUS che è una variante del classico ASILUS che vuol dire "tafano", e che assume spesso in altre lingue neolatine il significato di "stato di eccitazione provocato dalla puntura dell'insetto": in pratica, per il genovese si è passati da un'accezione negativa a una positiva, trasformando lo stato di irrequietudine febbricitante provocata dalla puntura del tafano in una allegria un po' eccessiva ma tutto sommato gradevole per chi ne è coinvolto. La parola è documentata a partire dal XVII secolo in poesie e testi teatrali di Giangiacomo Cavalli, Giuliano Rossi e Giovanni Andrea Spinola: nel melodramma "Europa" di quest'ultimo autore, si legge ad esempio "mæ patronna ha l'axillo" (la mia padrona è eccitata, detto da una cameriera), che sottintende un significato erotico.
In vari dialetti liguri esiste anche la variante azuggio (da leggere azüggiu), che deriva da *ASILEUS che è un'altra variante del latino classico ASILUS: essa significa sia "allegria smodata" sia, qua e là, "tafano" (ed è questa la definizione che ne dà il vocabolario dell'Olivieri, nel 1851, definendola "voce del contado"). Da qui il verbo azuggiâ "fare chiasso". Come si vede, la connessione tra "allegria smodata" e "tafano", "puntura di tafano" è quindi ampiamente confermata.

Becco nel proverbio: Santi senza becco Natale Poveretto - Richiesta di Rossella, Genova
Il proverbio si riferisce all'usanza di mangiare carne di volatile (gallo o gallina) per la festività di Ognissanti, riservando le carni di bovino, suino e ovino per le ricorrenze natalizie, durante le quali era peraltro usanza mangiare anche il cappone. Ovviamente il precetto si riferisce a un'epoca in cui il consumo familiare di carne era limitato a poche occasioni.

Besugo - Richiesta di Sergio, Genova
Richiesta: Desidero conoscere l'origine della parola "Besùgo", in particolare la "ù" andrebbe con l'accento circonflesso o la dieresi, o la lettera y secondo alcuni per scrivere il genovese, il suono è quello della u francese o quello di ùga (uva) in genovese.
Tradizionalmente in genovese la voce besugo si scrive esattamente in questa forma, perché secondo la convenzione tradizionale la lettera < u > viene pronunciata come in francese, mentre la < o > si pronuncia come la [u] italiana; nell'uso tradizionale, in genovese, l'accento circonflesso e la dieresi segnalano piuttosto la lunghezza delle vocali. Il significato di 'sciocco' sembra secondario rispetto a quello di 'occhione', ossia di un pesce particolarmente tozzo, sgraziato e lento nei movimenti che può avere ispirato una identificazione con persone tarde di comprendonio, stupide o anche ingenue. Come nome di pesce, ma anche nel senso figurato, la parola è diffusa in tutta la Liguria e da qui è passata come prestito in alcune aree della Corsica, della Sardegna e dell'Arcipelago Toscano sottoposte all'influenza culturale genovese. Più recentemente si è popolarizzata attraverso il fantoccio televisivo del "Gabibbo", che imita (molto approssimativamente) l'italiano parlato in Liguria. L'etimologia della voce è discussa. Come nome del pesce si ritrova anche in spagnolo nella forma besugo, graficamente identica al genovese: qui si fa derivare dal provenzale besuc, voce generica per 'guercio'; dal provenzale la voce sarebbe passata al catalano nelle forme basuc, besuc diventando un soprannome scherzoso del pesce, la cui lentezza di movimenti sarebbe stata dunque associata alla sua vista limitata. Dal catalano allo spagnolo, la parola avrebbe perso il carattere di soprannome per diventare un nome comune. In genovese la voce è documentata nella seconda metà del sec. XVIII per indicare una persona sciocca e dal 1851 per indicare l'occhione, ma ciò non significa necessariamente che il significato attestato per primo sia anche il più antico. E' possibile che il genovese abbia assunto la voce come prestito dallo spagnolo (come sembra suggerire la documentazione storica), ma non si può neppure escludere, al contrario, che proprio la forma genovese sia alla base di quelle provenzale, catalana e spagnola. Secondo un'altra ipotesi, la voce genovese sarebbe connessa con una radice onomatopeica bess-, assai frequente in area italiana in parole che indicano 'animali repellenti, dal corpo rigonfio'. Quest'ultima ipotesi accredita Genova come centro di diffusione della parola nelle altre lingue ove la si ritrova.

Bröchin - Richiesta di Paolo, Genova
La parola bröchin (secondo la grafia tradizionale genovese, per la quale la o con dieresi va pronunciata lunga) è variamente diffusa in tutta la Liguria centrale (oltre a Genova, ad es. ad Arenzano e Pietra Ligure), anche nella forma bruchin (ad es. a Loano, Savona, Varazze, e in Val Graveglia). La prima attestazione risale al 1851, quando la prima edizione del vocabolario del Casaccia la registra per indicare un certo tipo di stivaletto. Oggi significa essenzialmente 'scarpone chiodato'. La voce non è esclusiva dell'area ligure, e la si ritrova in diversi dialetti italiani anche se con forme diverse: ad esempio in piemontese, alessandrino, pavese, manotovano, lucchese, calabrese e siciliano; l'italiano stesso ha questa parola nelle forme brodocchino e borzacchino. La voce è riconducibile al francese brodequin, 'stivaletto', che si riconosce facilmente nella forma italiana brodocchino e in quella piemontese brodchin, che potrebbe essere stata il tramite per l'assunzione in area ligure (brodchin > brochin, e la caduta della -d- spiegherebbe l'allungamento della vocale precedente); in genovese e ligure vi è stato comunque l'influsso della parola brochetta 'bulletta, chiodo da scarpe' che ha un'altra origine, e che va connessa (per metatesi) con l'italiano borchia. Quanto alla parola francese brodequin, l'etimologia è incerta: essa compare per la prima volta nel sec. XIV nella forma broissequin, che passa in seguito a brodequin per influsso del verbo broder 'ricamare' (perché questo tipo di suole lascia dei "ricami" sul terreno). Questo broissequin potrebbe essere un prestito e alterato dall'olandese broseken, diminutivo di brosen 'scarpa'. Secondo un'altra ipotesi la voce francese broissequin / brodequin sarebbe connessa con lo spagnolo borceguí, che indica un altro tipo di calzatura, ma questa parola compare solo nel XV secolo, il che fa pensare che si tratti a sua volta di un prestito dal francese o dall'olandese, anche se secondo alcuni sarebbe invece di origine orientale.

Budino - Richiesta di Luca, Foligno
La parola 'budino' è di origine recente in italiano, dove è documentata solo a partire dal 1808 nella forma 'bodino' e dal 1892 in quella attuale. Si tratta di un adattamento dell'inglese 'pudding', che indica a sua volta un tipo di dolce, come testimonia nel corso del Settecento la forma 'pudino' o 'puddingo' variamente documentata. Sulla parola inglese, nell'adattamento italiano, influì probabilmente anche la voce francese 'boudin', che è di origine incerta ma quasi sicuramente connessa a una radice onomatopeica 'bod-' contenente in sé il significato di 'gonfio, rigonfio'. Il toponimo 'Budino' non ha evidentemente alcuna connessione col nome del dolce, e risale verosimilmente al nome proprio germanico 'Bôdo', che è all'origine di altri nomi di luogo diffusi nell'Italia settentrionale.

Bunèt e Bunettu - Richiesta di Franca, Torino
Richiesta: "bunèt" è un dolce tipico piemontese ma ho visto che alcuni budini liguri vengono chiamati "bunettu"
I termini bonet [bunèt], piemontese, e bonetto [bunétu], ligure, non indicano tanto un dolce "tipico", quanto la preparazione che in italiano viene genericamente chiamata 'budino': il fatto che questo dolce sia sentito come "tipico" della cucina piemontese non ne riflette una particolare specificità regionale, anche se, in Piemonte come altrove, possono esistere ricette specifiche e modalità originali di preparazione del budino: è chiaro quindi che la voce non è di per sé "tipicamente" piemontese come "tipicamente" piemontese non è neppure il dolce, e quindi non c'è da stupirsi se la si ritrova anche in altre regioni, dove il budino ovviamente esiste pur senza essere ritenuto particolarmente "tipico". L'origine della voce potrebbe risalire banalmente all'aggettivo bon 'buono' in forma diminutiva, e indicare quindi 'una cosetta buona, un dolcino buono'; è però possibile risalire (non senza l'influsso comunque presente di bon 'buono') alla parola 'bonetto' che significa 'berretto', attribuita a un dolce che per la forma può richiamare in certi casi un copricapo: allo stesso modo lo 'zuccotto' è un dolce così chiamato con riferimento alla sua forma che richiama lo 'zuccotto' appunto o 'zucchetto', ossia il noto copricapo ecclesiastico a calotta. L'origine remota della parola 'bonetto' per berretto è germanica, ma come antecedente diretto occorre fare riferimento al latino medievale 'abonnis', che indicava appunto un copricapo. In italiano si ritiene comunemente che bonetto (attestato dal sec. XVI) sia un prestito del francese, lingua nella quale il derivato di 'abonnis', 'bonnet' col significato di 'berretto' è presente dal sec. XII e tuttora d'uso comune. Va tuttavia sottolineato che il latino medievale ligure offre la forma 'bonetus' per 'berretto' già nel 1250 e che la parola 'boneto', ancora per 'berretto' compare in genovese nel 1488 ed è documentata continuativamente nei lessici liguri fino ad oggi. Il nome del copricapo è quindi precocemente diffuso in Liguria, rispetto al resto d'Italia, o come prestito dal francese o come forma autonoma e contigua rispetto a quest'ultima lingua. Mancando la documentazione storica relativa al dialetto piemontese, tuttavia, è difficile dire se il passaggio dal significato di 'copricapo' a quello di 'budino' si sia verificato prima in area ligure o in area pedemontana.

Buscigà - Richiesta di Eugenia Bona
Richiesta: In un paese alle spalle di Genova, si usa il verbo "buscigà " (buscigare) per dire: dar fastidio, tormentare, stuzzicare. E' soltanto un'espressione locale o si usa anche altrove?
Mi piacerebbe sapere da che cosa deriva. Questa parola mi fa pensare al personaggio storico detto "Bauciquault". Era forse un tipo che tormentava e dava fastidio?
Capisco che la mia è un'ipotesi molto azzardata, ma ho notato che nei paesi rimangono espressioni del linguaggio che in città  si sono dimenticate con il passare del tempo.In attesa di notizie Vi saluto cordialmente.   
RispostaBuscigâ 'dar fastidio, disturbare, tormentare' non mi pare molto diffuso ed è probabilmente una voce locale: va detto preliminarmente che i significati di questo tipo si prestano molto a creazioni originali di carattere espressivo che cambiano da paese a paese. Temo che il governatore francese Jean de Boucicault non c'entri proprio, è più facile pensare a un frequentativo (ossia un verbo che indica un'azione ripetuta) dal tipo lessicale che è rappresentato in italiano da bussare, che in origine non significava soltanto 'picchiare alla porta' ma anche 'dare le busse', ossia 'percuotere in generale': quindi qualcosa come bussicare nel senso originario di 'picchiare ripetutamente', perciò 'insistere', 'infastidire insistendo', ottenuto col suffisso (it. -icare, genov. -igâ/-egâ/-ugâ) che si trova in verbi italiani come biascicare, morsicare, pizzicare, stuzzicare, zoppicare, genovese giasciugâ 'biascicare', pessigâ 'pizzicare', spantegâ 'spargere', bordigâ 'frigare' ecc. Ma ci sono altre due possibilità: il verbo potrebbe essere un'alterazione di invescigâ, ossia 'riempire la testa di discorsi vani' (da vesciga 'vescica' e 'cosa vana, vuota'), se consideriamo che la parola suona besciga in vari dialetti rurali, e che il passaggio da -e- a -u- è frequente (vedi remescciârumescciâ, semensa > sumensa). Quindi il nostro verbo sarebbe invescigâ senza il prefisso in- (percepito come articolo o preposizione) col passaggio vescigâ > bescigâ > buscigâ; oppure potrebbe trattarsi di un incrocio tra lo stesso verbo (in)vescigâ busticâ / bustigâ che significa 'rimuovere' ma anche 'tormentare, stuzzicare', derivante dal latino fustigare.     

Cimma - Richiesta di Aldo - Genova
'Pancetta di vitella ripiena alla genovese' è un senso figurato della voce col significato di 'cima', 'punta', che è passata anche a indicare 'l'estremità di una fune' e poi la 'fune' stessa. Il traslato si spiega probabilmente con l'ottima qualità che si richiede alla carne utilizzata, una çimma de carne così come si dice una çimma d'òmmo 'una persona veramente in gamba', intellettualmente, fisicamente ecc. Etimologicamente si tratta del greco kyma 'punta', passato al latino nella forma cyma di cui la voce genovese rappresenta l'evoluzione. Cima per 'cima', 'punta' è largamente diffuso nelle lingue romanze, e in genovese compare almeno dal Trecento. Nel significato specifico, è voce esclusivamente ligure anche se non è documentata prima del 1851 nella seconda edizione del Vocabolario dell'Olivieri. Esiste anche una cima alla piemontese, ripiena essenzialmente di carne trita e uova, ma sembra trattarsi di una rielaborazione del piatto ligure.


Ciuenda - Richiesta di Matteo di Castiglione Intelvi CO
Richiesta: Sul sito www.fontanarossa.net (sito di una frazione di Gorreto Ge, in Val Trebbia) ho vito che usano la parola ciuenda  per indicare la siepe o la staccionata, questo termine era usato nel nostro paese mentre invece non era usato nei paesi vicini e negli anni è andato quasi perso, non sapevamo l'origine ma qui, prima dei romani e dei celti, c'erano i liguri, forse il termine si è tramandato dopo la loro presenza.
Risposta:  La voce risale al latino medievale claudenda (attestato in area ligure dal 1134), da claudere 'chiudere', e trova corrispondenza nell'italiano 'chiudenda'. La voce è documentata in volgare ligure fin dai testi più antichi: nel 1156 si trova çoendam de cosina (Testamento Pictenado),  che però significava probabilmente 'chiavistello' o catenaccio'. Nel sec. XIV si trova la forma chioenda in Gerolamo da Bavari (Libro de la misera humana cundicione). Nell'italiano regionale ligure dei primi anni del sec. XIX si ha cioenda (nel Libro di casa di C. Garibaldi di Ne); la forma è registrata poi nei vocabolari del genovese moderno a cominciare da quello dell'Olivieri (1841) s.v. cioenda. Quindi la presenza di questo termine nelle due zone è dovuto all'utilizzo della lingua latina, anche perché il passaggio dal CL- latino è identico in area ligure e in area lombarda (dal latino CLAVEM si ha "ciav(e)" sia in Liguria che in Lombardia, contro "chiave" del toscano/italiano), e la -D- tra vocali cade sia in genovese (cfr. rie 'ridere') che in lombardo: si tratta quindi di una concordanza di esiti o, se si preferisce, di una continuità territoriale nell'uso di questa voce tra Lombardia e Liguria. La cosa di per sé è banale, riguarda la maggior parte delle parole di largo uso. E' ovvio poi che le differenze (consistenti) che ci sono tra ligure e lombardo riguardano altri fenomeni e altre parole.                                                                      

Diacolon - Richiesta di Giuseppe Liotta di Chiavari (GE)
Per rispondere alla domanda debbo premettere che "toponimo" significa "nome di luogo" (sono quindi toponimi la parola Genova/Zena, Besagno/Bisagno ecc.). Il lettore avrà inteso conoscere l'etimologia della parola diacolon, ossia la sua origine e derivazione storica. Sotto questo aspetto, diacolon (pron. diaculun) è una parola d'origine colta, ossia derivata dalle lingue classiche non per naturale evoluzione, come succede per la parole genovesi che discendono regolarmente dal latino (es. teito < TECTU, cian < PLANU, ecc.), ma in seguito all'assunzione della voce dal lessico specialistico scientifico che era anticamente - e in parte è ancor oggi - formato con parole latine e greche nella forma originaria (basti pensare a parole come l'italiano nevralgia, reuma, pleurite ecc.). La parola è presente anche in italiano - ma è ormai arcaica disusata - nella forma diàchilon, attestata a partire dal XVIII secolo col significato di 'cataplasma, cerotto, impacco di olio d'oliva e litargirio'; in francese la parola è presente nella forma diachylon già nel Trecento, e risale alla locuzione greca dià chilôn 'per mezzo di unguenti', che veniva utilizzata anche nella farmacopea latina (la si ritrova a partire dalle opere di Celio Aurelio). La parola è presente anche in altre lingue e dialetti, come il siciliano e il calabrese deculònna.
In genovese le prime attestazioni della voce risalgono a loro volta al XVIII secolo, ed è quindi probabile che il termine non sia passato attraverso l'italiano (dove la voce compare contemporaneamente) ma attraverso la terminologia farmaceutica francese. Del resto è proprio nelle Comedie transportæ da ro françeise in lengua zeneise di Steva de Franchi (1771-1772) che si incontra un personaggio il quale si lamenta di un altro che "me fa vegnî chì ògni giorno con mëza buttega da speçiâ, àora con pìllore, àora con decoeutti, diasparme, diacoloin, sparmaceto". Qualche decennio prima, nel 1755, nel canto sesto della traduzione in genovese della Gerusalemme Liberata la parola compare nella forma giacoron meglio adattata alla fonetica ligure. I dizionari genovesi hanno sempre diacolon (Olivieri, Paganinin, Casaccia), ma in alcune località della Liguria, soprattutto nell'entroterra montano, sopravvive anche la forma giacurun, giancurun. Quanto al significato, il più delle volte si è conservato quello originario di 'cerotto', ma talvolta esso viene usato in senso figurato per 'porcheria, cosa sudicia' o anche per 'sporcaccione, persona sudicia o che compie azioni riprovevoli': questa evoluzione semantica (ossia cambiamento di significato) riguarda del resto anche la parola çiöto 'cerotto', che in genovese può significare anche 'porcheria', 'sporcaccione' e 'persona noiosa, attaccaticcia'.

Facussa - Sergio da Genova
La voce facussa indica in lingua tabarchina una particolare qualità di cetriolo "dolce", che viene usato in diverse preparazioni (soprattutto col tonno) ma che viene anche mangiato crudo, come un frutto più che come un ortaggio. La facussa è ampiamente diffusa presso le comunità tabarchine, al punto che esistono numerosi modi di dire e espressioni figurate che la riguardano: la metafora facusun 'persona sciocca' ad esempio è analoga a quella che riguarda il toscano citrullo, che da 'cetriolo' è passato come noto a significare 'persona ingenua', forse perché i cetrioli sono frutta novella, di prima stagione, e ciò che è 'nuovo' è anche 'privo di esperienza' e perciò 'ingenuo' e 'sciocco'. Dalle comunità di lingua tabarchina la voce si è diffusa, insieme all'ortaggio, nell'area campidanese sud-occidentale e soprattutto nella regione del Sulcis e a Iglesias. L'origine araba della voce è ben nota ai linguisti e fu individuata già da M.L. Wagner negli anni Cinquanta: facussa corrisponde esattamente all'arabo maghrebino (soprattutto tunisino) fakûs, che indica esattamente lo stesso ortaggio. Si tratta quindi di una delle voci (non molto numerose in verità) importate direttamente dall'Africa da parte dei coloni tabarchini all'atto della fondazione di Carloforte e Calasetta.

Fädin - Richiesta di Renato - Genova
'Gonna' o 'sottoveste' è un diminutivo della forma di base fäda, fàuda che ha lo stesso significato e che deriva dal gotivo *falda 'lembo, estremità del vestito' (cfr. l'italiano falda). Il tipo falda è conosciuto con vari significati nella Penisola Iberica, nei dialetti occitani e in quelli italiani, ma con quello specifico di 'gonna' è tipico soprattutto della Liguria, del Piemonte, della Sicilia e della Calabria. Nella Liguria occidentale fàuda significa anche 'grembo' (genov. scöso), come estensione del significato secondario di 'grembiule', che altrove è rappresentato dal derivato faudà, faudì (genov. scösâ). Le forme e i significati sono variamente distribuite in Liguria: anticamente doveva prevalere la variante di base fàuda/fäda che per 'gonna' è ancora predominante nella Liguria occidentale ma che affiora qua e là anche nella Riviera di Levante; fädin significa soprattutto 'sottoveste' (ma anche gonna) ed è essenzialmente genovese; faudéte/fädette (più raro al singolare) è compatto nel significato di 'gonna' nella zona di maggiore influsso genovese, tra l'Albenganese e Levanto. Storicamentetra i secc. XIII e XIV è documentato in genovese faoda e fada col significato di 'lembo di un vestito', ma doveva esistere anche quello di 'gonna', perché nell'Anonimo Genovese (fine sec. XIII) si trova anche faoda nel senso di 'grembo', che presuppone appunto l'estensione di significato da 'lembo di abito' a 'gonna'. Fadette per 'gonna' compare almeno dal sec. XVII (in una commedia del Brignole, 1666, si ha infatti pòrtan re fadette tirè sciù 'portano la gonna sollevata'). Fädin per 'falda della gonna' è nel dizionario dell'Olivieri, edizione 1851.

Fiammenghilla - Richiesta di Marco, Genova
La parola è originariamente in spagnolo flamenquilla e in quella lingua indica la stessa cosa, ossia un piatto ovale da portata: in spagnolo (dove il termine è attestato dal sec. XVI) deriva dall'agg. flamenco 'fiammingo' per via dell'origine di questo tipo di vasellame; in genovese la voce compare nel 1771 (nella commedia Ro mariezzo per forza di Steva de Franchi, scena 16), ma già nel 1739 l'italiano regionale ligure aveva fiammenghiglie al plurale, attestato in un inventario di piatti e altri oggetti utilizzati in occasione di un pranzo offerto al granduca di Toscana. Tuttavia la voce non è penetrata in genovese direttamente dallo spagnolo, come spesso è successo per altri termini: se così fosse il fl- spagnolo sarebbe rimasto inalterato, oppure sarebbe passato a fr- o eventualmente a sc(i)-.
Il fatto che ci sia fi- lascia pensare al tramite dell'italiano o di qualche dialetto settentrionale (voci di questo tipo sono presenti in lombardo e veneto, ma con il cambio di suffisso: fiamenghina).
In italiano inoltre per 'piatto ovale' c'è fiamminga, anche se poco usato: a mio parere all'origine della voce genovese sta una contaminazione tra la forma spagnola e l'italiano fiamminga.
Bibliografia di riferimento:
F. Toso, Gli ispanismi nei dialetti liguri
Ed. dell'Orso, Alessandria 1993, pp. 78-79.

Flamenco - Richiesta di Viola Buschi, Roma
La parola è documentata in italiano dal 1904, in francese dalla fine dell'Ottocento; in entrambi i casi si tratta naturalmente di un prestito spagnolo, e indica un tipo di composizione musicale e di ballo di origine andalusa. Per quanto riguarda la parola spagnola ("flamenco" o anche "flamengo"), è evidente la derivazione dall'aggettivo neerlandese "flaming" che significa 'abitante della regione delle Fiandre', corrispondendo esattamente all'italiano 'fiammingo'. Tuttavia l'attribuzione di questo aggettivo all'espressione tipica della tradizione musicale andalusa non ha nulla a che vedere con un'ipotetica origine fiamminga del canto e ballo flamenco, cosa che contrasterebbe non poco col carattere flemmatico che viene normalmente riferito ai nordici. Essa è stata meticolosamente ricostruita dal linguista spagnolo Juan Corominas: nel XIII secolo l'aggettivo "flamenco" 'abitante delle Fiandre' cominciò a essere usato in Spagna, per estensione, a indicare genericamente le "persone dal colorito rossiccio, dalla carnagione chiara ma facile a arrossarsi", che è tipica dei fiamminghi e dei nordici in generale; da qui, verso il 1330 il termine passò non a caso a indicare anche il 'fenicottero' ("flamingo" in spagnolo), proprio per il colore rosa-rosso del volatile. In seguito l'uso figurato dell'aggettivo, da 'fiammingo' a 'chi ha la carnagione rossiccia dei Fiamminghi' subì un'ulteriore evoluzione di significato: poiché secondo il gusto rinascimentale e seicentesco le donne pallide ma con le guance rossicce e paffute erano considerate particolarmente attraenti (vedere i quadri di Rubens o di Van Dyck per credere!), l'aggettivo passò a significare 'persona bella, attraente': non è un caso che la stessa evoluzione di significato sia presente anche in dialetto piemontese, dove "fiamengh" significa appunto "bello, gradevole", forse anche per influsso dell'aggettivo italiano "(nuovo) fiammante". In spagnolo, da 'donna bella, attraente' si verificò un ulteriore passaggio di significato a 'donna vistosa, dall'aspetto provocante' (un po' come dire in italiano "una bellona"), accezione questa che in spagnolo comincia a essere documentata verso il 1870; il passaggio successivo, con l'attribuzione del nome alla danza andalusa, è legato al fatto che le ballerine e cantatrici di flamenco, per lo più gitane e in origine frequentatrici di locali malfamati, erano appunto donne vistose e dagli atteggiamenti sensuali e provocanti: quindi il nome del ballo deriva in ultima analisi dall'aggettivo che significa "fiammingo", ma discende più direttamente da un senso figurato che si riferisce alle sue interpreti.

Fóndego - Sergio da Genova
La parola genovese fóndego, che indica oggi soprattutto un 'magazzino' e in passato anche una 'mescita da vino' trova piena corrispondenza nell'italiano fondaco 'deposito di merci, bottega', e appartiene a una tipologia di prestiti dall'arabo per i quali resta difficile stabilire quale sia il centro originario di assunzione e diffusione: in italiano la parola fondaco è documentata per la prima volta a Pisa nel 1321, mentre in genovese non compare prima del 1465, quando la forma fondago ricorre nel testo di un trattato di alleanza tra la Repubblica e il re di Tunisi. Tuttavia in latino volgare fondacum compare a Pisa già nel 1150, ma a Genova fondicus è di pochissimo successivo, trovandosi attestato dal 1169: si tratta insomma di una parola associabile alle vicende dell'espansione commerciale in Oriente delle due città marinare, ed è probabile che sia penetrata più o meno contemporaneamente sia in genovese che nel dialetto pisano, da cui passò all'italiano. Quanto all'etimologia, si tratta come anticipato di una voce d'origine araba, da funduq 'alloggio dei mercanti', ma a sua volta questa forma deriva dal greco bizantino pandochêion, con lo stesso significato, dall'aggettivo pan 'tutto' e dal verbo déchestai 'accogliere'.

Fugazza - Richiesta di Francesco di La Guaira, Venezuela
La parola fugaza o fugazza è presente in diverse varietà spagnole dell'America Latina e si configura come un prestito proveniente dall'area italiana (foneticamente non si tratta di una voce genuinamente spagnola, perché ha un corrispondente diverso in tale lingua). Normalmente indica un tipo di focaccia analogo a quella genovese, e si ritiene pertanto che si tratti di uno dei numerosi prestiti liguri passati in particolare allo spagnolo rioplatense, dove si conoscono numerose voci liguri introdotte dalla comunità della Boca: tra i termini gastronomici, si citano ad esempio fainá 'farinata di ceci', menestrún 'minestrone', pandulce 'pandolce, dolce tipico natalizio', torta pascualina 'torta salata a base di verdure', tuco 'sugo di carne' ecc. La diffusione continentale della voce è probabilmente legata al prestigio di cui lo spagnolo rioplatense gode in tutta l'America Latina per la rinomanza culturale di Buenos Aires e, più recentemente, per la fortuna dei programmi televisivi argentini. E' stato notato infatti che numerose voci d'origine genovesi presenti nel lunfardo (la lingua popolare di Buenos Aires) si sono ormai diffuse ampiamente anche in zone dove non è attestata storicamente una forte presenza ligure: bacán 'persona ricca' e acamalar 'trasportare', ad esempio, sono di uso comune anche in Paraguay.

Generazione - Rosa da Torino
La parola generazione deriva naturalmente dal verbo generare, di tradizione colta e attestato in italiano dal XIV secolo. I vari significati sono normali evoluzioni semantiche di quello originario, 'atto del generare', che è attestato dal 1282; più o meno coevo è quello di 'discendenza di padre in figlio', mentre al XIV secolo risalgono quelli di 'persone appartenenti a una medesima famiglia e aventi un capostipite comune' e di 'persone che vivono nello stesso periodo di tempo'. Solo dal 1869 è documentato il significato di 'persone che hanno più o meno la stessa età', e dal 1971 quello di 'fase di sviluppo di una tecnologia' (es. televisori dell'ultima generazione).

Giöxìa - Richiesta Luigi, Camogli (GE)
Richiesta: Persiana in genovese "giöxìa", è mica di origine araba ? Mi interesserebbe conoscere tutte le parole del dialetto genovese che hanno questa origine
Una abitudine diffusa in Liguria è quella di attribuire volentieri un'origine araba o orientale (turca, persiana...) a quelle voci genovesi che appaiono più "strane" e insolite rispetto all'italiano: considerando questa predisposizione all'accoglienza di parole arabe ci si dovrebbe forse aspettare un analogo spirito di accoglienza nei confronti di chi l'arabo lo parla, ma non sempre, purtroppo, all'attenzione nei confronti della cultura degli altri corrisponde altrettanta simpatia per le persone. Al di là delle considerazioni morali, va detto che il genovese ha assunto nei secoli una quantità significativa di voci arabe e orientali, spesso molto rappresentative della specificità linguistica ligure, come nel caso di 'camallo' per 'facchino', che è quasi una parola-simbolo di genovesità, o 'gabibbo' come termine scherzoso per indicare i forestieri indesiderati. Altre parole di presunta origine araba, come 'mandillo', sono invece d'origine greca, altre ancora di tramite spagnolo e così via, a riprova del carattere composito del lessico ligure e della sua capacità di arricchirsi attraverso i secoli: si trattò del resto di un interscambio reciprocamente fruttuoso, e non poche voci d'origine genovese penetrarono a loro volta in arabo (soprattutto maghrebino), in turco, in greco moderno e così via, per non parlare naturalmente dell'italiano. In ogni caso la storia della parola giöxìa 'persiana, imposta' esula completamente da questo tipo di relazioni. Si tratta banalmente della forma ligure corrispondente all'italiano 'gelosia', parola che a sua volta indica un tipo di 'imposta' e che è attestata a partire dal 1536, per quanto forme volgari diversamente collocate, soprattutto in Italia settentrionale, risalgano al secolo XV. L'origine della voce è un uso figurato della parola 'gelosia' in quanto stato d'animo e sentimento, poiché si riteneva che l'uso delle persiane, atte a tenere nascosta la bellezza delle donne (pur consentendo loro di guardare all'esterno), fosse nato appunto dalla gelosia dei mariti: naturalmente le 'gelosie' o persiane hanno anche altri vantaggi, ma la parola nacque da questa credenza, e vi fu in passato chi cercò senza successo di dimostrare l'origine orientale della voce, attribuendo in particolare ai Turchi una particolare predisposizione al sentimento della gelosia. In ultima analisi la parola risale come l'aggettivo 'geloso' al latino ecclesiastico 'zelosu(m)', che indica 'chi fa le cose con zelo' (calco del greco zelotés): è quindi 'geloso' chi ama una persona con tanto attaccamento che il suo scrupolo in tal senso diventa un difetto e una prevaricazione. In genovese la parola compare nella forma arcaica 'giroxìa' tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento, ma sempre col significato originario di 'sentimento di gelosia', e in questa accezione e in questa veste grafica e fonetica è attestata fino a tutto il sec. XVIII. La forma moderna giöxìa (con la - o- da pronunciarsi lunga e aperta) è documentata dall'Ottocento, sia nel significato di 'gelosia, sentimento' che in quello di 'imposta, persiana': quest'ultimo compare per la prima volta nel Vocabolario Domestico del padre Angelo Paganini (1857), fatto che induce a ritenere che possa trattarsi di un prestito italiano relativamente recente, anche se ormai fortemente radicato in genovese, al punto da essere considerato una parola "tipica".

Grilletto - Richiesta di Giorgio
'Catino di terracotta, terrina grande per condire la pasta, per pulire l'insalata ecc.' è voce di area prevalentemente ligure (con documentazione a partire dall'800) con appendici in provenzale, piemontese e in pavese. L'etimologia del termine è molto discussa, e bisogna partire da una forma base gril, che è nota in catalano e nei dialetti francesi. Questa voce gril viene da alcuni fatta risalire al latino garum 'un tipo di condimento' sovrappostosi alla voce crater 'vaso', ma è più agevole pensare a un diminutivo cratillus dello stesso crater, con sonorizzazione della c- iniziale e caduta della -t- comune sia in francese che in area ligure: come da craticella si è avuto graixella e poi grixella 'graticola', è possibile quindi che da cratillus si sia avuto prima grail(lu) e poi grillu.

Insalata - Anonimo
La parola insalata è presente in italiano, nel significato attuale, dal 1342 (in Domenico Cavalca) e rappresenta una sostantivizzazione del participio passato femminile di un verbo insalare oggi disusato ma presente in Dante ("dove l'acqua di Tevere s'insala"), formato da in- illativo e sale: l'insalata è quindi "ciò che si sala", o per meglio dire "la verdura che si condisce con sale": si può confrontare questa situazione col francese salade che è a sua volta un sostantivo rifatto sul participio passato femminile del verbo provenzale salar ossia "salare". Dalla Francia ci giunge il termine insalata (alla) russa, che è documentato in italiano nel 1908 e che è un calco su salade russe. Nel Settecento, l'insalata russa era nota come insalata alla genovese, perché considerata un piatto specifico dei pranzi di gala dell'aristocrazia ligure.

Insalata (alla) russa - Richiesta di Laura, Milano
La voce italiana che indica un 'particolare tipo di antipasto a base di sottaceti, verdure e maionese' è documentata per la prima volta nel dizionario del Panzini (1908) ed è da considerarsi un calco del francese salade russe attestato a partire dal 1877: come tale, la voce fu rifiutata dai puristi, ma riuscì comunque a diffondersi ampiamente nell'uso. Non sono chiari i motivi per i quali a questo particolare piatto venga attribuita un'origine russa: pare che un tipo di preparazione analoga all'insalata russa fosse nota in precedenza, almeno in area italiana, come 'insalata alla genovese', ma manca al momento una ricerca specifica e la documentazione relativa. Molto spesso del resto i nomi di piatti assumono determinazioni d'origine del tutto fantasiose o comunque prive di riscontri storici: in Francia ad esempio il 'génois' (genovese), tanto per rimanere in argomento, è un biscottino sottile di pasta frolla farcito con confettura, preferibilmente di ciliegie o fragole, e questo tipo di dolce sembra totalmente assente dalla tradizione ligure.

Macedonia - Richiesta di Maura, Terni
Nel significato di "mescolanza di frutta varia tagliata a pezzi con aggiunta di liquore, succo di limone e zucchero" la voce è registrata in italiano dal 1918 ed è un prestito dal francese macédoine, con lo stesso significato, che è termine documentato dal XVIII secolo. Il termine nacque come riferimento colto all'impero di Alessandro, il quale era composto di popoli diversi per lingua, tradizioni e costumi: si parlava ad esempio di "macedonia letteraria" per indicare un'antologia di diversi autori. Probabilmente però il senso metaforico della voce, che si popolarizzò realmente alla fine dell'Ottocento e ai primi del Novecento, passando appunto anche in italiano in quella stessa epoca, fu rafforzato da un riferimento scherzoso alla complessa realtà etnico-linguistica e politica della Macedonia balcanica, i cui problemi erano allora all'attenzione dell'opinione pubblica per le continue variazioni territoriali legate alle guerre balcaniche prima e alla prima guerra mondiale poi. sull'origine colta del termine si inserì dunque un più esplicito riferimento di attualità. E' da notare che la fortuna internazionale della macedonia di frutta è passata attraverso la sua diffusione italiana, al punto che spesso la si considera un dessert tipico del nostro paese. In inglese ad esempio la macedonia si chiama, con ricorso a uno pseudo-italianismo del tutto assente nella nostra lingua, tuttifrutti.

Maionese - Richiesta di Giorgio, Milano
La voce che indica una particolare salsa a base di uova e olio è documentata in italiano dal 1855 nella forma maionnese e dal 1921 in quella attuale maionese. Si tratta senz'altro di un prestito dal francese mayonnaise, attestato dal 1807 e passato anche in altre lingue (tra le quali, dal 1841, l'inglese). L'origine è incerta, ma sicuramente riconducibile al nome della città spagnola di (Puerto) Mahón, capoluogo dell'isola balearica di Minorca. Non si tratta però di una preparazione tipica di tale località, bensì, a quanto pare, di una denominazione legata all'"invenzione" (o meglio, alla diffusione) della maionese in coincidenza con la conquista della città (allora sotto dominio inglese) da parte del duca di Richelieu (1757). Pare infatti che esistesse in precedenza una salsa detta bayonnaise 'salsa di Bayonne' (città francese in area basca) con caratteristiche analoghe, e che l'aggettivo mahonnais 'di Mahón' si sia sovrapposto a questa precedente denominazione.

Massacan - Richiesta di Aldo, Genova
Massacan significa "muratore" ed è un termine piuttosto antico quanto a documentazione in latino medievale ligure: nel 1178 a Savona esisteva un Anrico Maçacano, e nella colonia genovese di Caffa in Crimea si parla a più riprese nel XV secolo di "magistri antelami (ossia tagliapietre) seu masachani".
In volgare genovese il termine appare per la prima volta nel 1471 e poi nel 1475 ("quarchi meistri de antelamo masachani", sempre a Caffa in Crimea), poi con maggior frequenza nella letteratura a partire dal Seicento e nel Settecento: Stefano De Franchi nel 1771 se la prende ad esempio con certe donne che "me creddo che ogni giorno fassan o massacan e o pittô per crovise a faccia de gianchetto e de rossetto". Il termine è diffuso anche in altre lingue e dialetti, ma per lo più col significato di "ciottolo, pietra arrotondata", della quale ci si serviva per scacciare (ed eventualmente ammazzare) i cani molesti: in questo significato la parole corrispondente ad "ammazza cane" è presente in provenzale ma anche in italiano antico. Il passaggio a "sasso in genere", poi a "pietra da costruzione" e infine, per traslato, a "muratore" si è sviluppato essenzialmente in area ligure. Una conferma a questa etimologia proviene dal fatto che nel 1272-1273 le forme latine "mazacham, maçacanus" significano sicuramente "pietra da costruzione" in alcuni documenti savonesi. Altre proposte etimologiche non risultano convincenti: una derivazione dall'arabo sahana "spezzare pietre" o "mishanat" piccola pietra da costruzione" non è possibile dal punto di vista fonetico. La parola ligure è entrata come prestito in nizzardo e nel dialetto greco dell'isola di Cipro (matsakana).

Picaggetta - Richiesta di Giorgia, Genova
'strofinaccio per le stoviglie' è voce specificamente ligure (dove è documentata dall'Ottocento) e deriva da picaggia, il cui significato di base è a sua volta 'canovaccio, strofinaccio' passato successivamente a indicare anche la 'fettuccia del grembiule' e da lì 'fettuccine, un tipo di pasta' (in questo caso, per la forma della pasta stessa che la rende simile a tante fettucce). Per spiegare picaggetta occorre quindi ricostruire l'origine di picaggia, che è voce diffusa prevalentemente in area ligure (e da qui, con diverse varianti, in Corsica, nel Monferrato e in Lunigiana), ma anche in emiliano e nei dialetti lombardi meridionali (nella forma picàja). L'etimologia della parola picaggia non è del tutto chiara: si può però pensare a una connessione con verbi del tipo (ap)piccare per 'appendere', e quindi la picaggia sarebbe anzitutto 'uno strofinaccio che si può appendere' (il suffisso -aggia corrisponde in questo caso ad -aglio dell'italiano 'pendaglio'). In Liguria la voce compare in latino medievale nella forma picalea, in lingua genovese la voce picaggia è documentata dal XVI secolo: "che no han da desgroppà che unna picaggia".

Rubrìca o Rùbrica? - Richiesta di Vittoria, Firenze
"Rubrica" significa in primo luogo "titolo in rosso dei diversi capitoli di un'opera manoscritta" (dal sec. XIII), da cui "indice di un'opera" e successivamente "libretto per ordinare appunti e indirizzi alfabeticamente" (1918), e "sezione specialistica di un giornale o di una trasmissione".
"Rubrica" è in italiano una parola di origine dotta, derivata dal latino "rubrica" (dall'aggettivo ruber che significa "rosso"), sostantivata dalla locuzione "rubrica terra", ossia "terra rossa", quella da cui si otteneva il colore per scrivere i titoli. L'incertezza nella posizione dell'accento, tra "rubrìca" e "rùbrica" è legata proprio all'origine colta della parola, che in passato era usata prevalentemente nell'uso scritto e perciò priva di un'effettiva tradizione di pronuncia. Le precettistiche e i dizionari italiani sembrano preferire la pronuncia "rubrìca", ma ambedue le forme sono ammesse nell'uso.

Runfò - Richiesta di Andrea
Il runfò 'stufa di mattoni, a carbone o a legna, con forno metallico e in genere senza canna per il fumo', non è affatto un tipo di fornello specificamente ligure, ed è anzi un'innovazione piuttosto recente: deve il proprio nome a quello di Sir Benjamin Thompson conte di Rumford, nato a Woburn (Massachussetts, USA) nel 1753, diplomatico e militare in Europa, inventore alla fine del Settecento di questo tipo di fornelli, che si diffusero particolarmente negli Stati Uniti. Non a caso, in inglese d'America il termine 'rumford', riferito allo stesso oggetto in uso in Liguria, è documentato già a partire dal 1803 e poi nel 1815. In genovese invece la parola è attestata solo dal 1910 nel vocabolario del Frisoni, e si può facilmente pensare che il termine, insieme al modello di fornello, sia stato introdotto in Liguria attraverso i naviganti che intrattenevano contatti marittimi e commerciali coi paesi anglosassoni: infatti la voce è diffusa prevalentemente nei centri rivieraschi e da qui si è irradiata in alcuni dialetti sottoposti a un forte influsso ligure nell'area alto-tirrenica, come quello (di tipo còrso) dell'isola di Capraia. Non è da escludere inoltre che alla fortuna del termine abbia contribuito un accostamento fonosimbolico al verbo genovese 'runfà', ossia 'russare', associato al rumore delle pentole che borbottano sul fuoco.

Salmė Richiesta di Italo Arieti, Viterbo
Richiesta: Gradirei ricevere notizie sull'origine della parola salmì, che secondo alcuni non sarebbe altro che una abbreviazione della parola francese "salmigondis", anche questa di origine incerta. Grazie e complimenti per il vostro lavoro.
Risposta: La parola salmì 'intingolo preparato con pezzi di selvaggina macerati in vino e poi cotti in un sugo aromatico' appare in italiano nel 1741, e riprende la forma francese salmis, attestata nel 1718 come abbreviazione di salmigondis, voce presente già in Rabelais (1552) e formata dal più antico salemine 'vivanda salata' unito a un alterato del verbo mediofrancese condir: quindi 'vivanda salata e condita'. Secondo un'altra interpretazione, salmigondis sarebbe in realtà un prestito dall'italiano, a partire dalla locuzione salami conditi alterata nella pronuncia francese.

Salsa o Sugo di noci? - Risposta di Sergio Rossi
Nel normale linguaggio della cucina il termine salsa indica più spesso (non in assoluto) qualcosa che può essere anche crudo. Al contrario il sugo, non inteso come succo di un frutto o altro, identifica più frequentemente qualcosa di cotto. Intendo dire che non scriverei mai "un sugo detto Pesto" semmai "una salsa definita Pesto"; e allo stesso modo definirei quella di noci una salsa.

Tradizionale e tipico - Richiesta di Brunella, Firenze
- Tradizionale
La voce italiana 'tradizione' è documentata per la prima volta nel 1598, ed è derivata per via dotta dal latino 'traditione(m)' che è a sua volta un derivato dal verbo 'tradere', il cui significato di base è 'consegnare oltre' (tra- + dare). L'accezione originaria della voce è quindi 'consegna, affidamento', e con questo significato appare nel 1291 la voce francese 'tradition', passata a partire dal 1488 al senso figurato e specifico di 'trasmissione ininterrotta alla posterità di memorie storiche, dottrine, usanze, costumi, leggende passate da generazione in generazione e da epoca a epoca per via orale, senza prove certe'. Verosimilmente quindi la parola italiana non è stata ripresa dal latino, ma accolta per via del francese nello specifico significato che fu elaborato a partire verso la seconda metà del Quattrocento. In ogni caso il concetto di 'tradizione' è fondamentalmente legato alla trasmissione e consegna alle nuove generazioni di credenze o usanze che si ripropongano ininterrottamente e sulla base di una condivisione diffusa. Non sono affatto 'tradizionali' per intenderci le rievocazioni in costume, i brani di musica popolare arrangiata secondo il gusto moderno e le ricette gastronomiche desunte da libri più o meno antichi, sono 'tradizionali', e per questo suscettibili anche di un'evoluzione nei loro aspetti esteriori, le processioni religiose, le fiabe e le filastrocche raccolte dalla viva voce degli anziani, le ricette apprese nel contesto familiare o comunitario. La 'tradizione' vive soltanto se trasmessa ininterrottamente e attraverso canali comunitari condivisi: una ricetta, anche appresa nel contesto familiare o comunitario non è affatto tradizionale se chi la mette in pratica la desume non dalle fonti originarie, ma da una pur rispettabile pubblicazione di argomento culinario.
- Tipico
'Tipico' è una parola tutt'altro che... tipica nella lingua italiana, dove compare soltanto nel 1829 col significato di 'appartenente a un tipo, a una persona o a una cosa e nel 1897 in quello di 'conforme a un tipo, che ne condivide le caratteristiche'; il significato di 'esemplare' è del 1939, si parla di 'tipico' nel senso di 'caratteristico' dal 1891, ma la locuzione 'piatto tipico' risale soltanto al 1958.
'Tipico' riflette per via diretta il latino 'typicum' a sua volta di derivazione greca ('typikós'), che è aggettivo derivato dal latino typu(m) 'modello' e 'modo di concepire qualcosa', dal greco typos 'impronta', che riprende il verbo 'typtein' che significa 'battere' e anche 'lasciare un segno, un'impronta'. Quindi è 'tipico' ciò che riflette, riproducendolo esattamente, un certo modello: in campo alimentare, il concetto di 'prodotto tipico' viene il più delle volte interpretato in modo erroneo, perché all'aggettivo si associa piuttosto il significato di 'genuino' (e implicitamente di 'buono, gradevole') che non necessariamente si associa all'idea di 'tipico'. Ancora più scorretto è parlare di 'prodotti tipici regionali', poiché non esiste evidentemente un 'modello' di prodotto che, valido per un intero ambito territoriale, possa venire tradizionalmente riprodotto in un'unica forma e secondo un'unica impostazione.

Vassoio - Richiesta di Matteo, Grottaferrata
La parola "vassoio" è documentata in toscano a partire dal XIV secolo col significato di 'vaglio' e di poco successivo è quello attuale di 'grande piatto da portata'. L'origine del termine è discussa. Secondo alcuni esso deriverebbe dal latino MISSORIUM 'conca per portare vivande' con accostamento a VASUM; secondo altri (ma è un'ipotesi meno probabile) dal latino VERSORIUM derivato a sua volta dal verbo VERRERE 'scopare, purgare, detergere'.

Zimino Richiesta di Sergio Rossi
La faccenda è complicata, anche perché a quanto pare zimino/zemino significa varie cose diverse. A seconda dei casi è un piatto di pesce a base di verdure, o la pietanza condita con tale intingolo, o un modo di preparare i fagioli, e così via. A Sassari sono addirittura le interiora di pecora alla brace. L'impressione è che la voce sia partita dalla Liguria e si sia diffusa in Corsica, Sardegna e Toscana assumendo significati diversi a seconda di come veniva recepita. In origine doveva essere un piatto di magro formato con vari ingredienti: se veniva recepita l'idea che era un piatto di magro, si specializzava nel senso di ''vivanda a base di pesce e verdura' o vivanda (o modo di cucinare) a base di verdura', o 'modo di preparare la verdura'; se prevaleva l'idea che era composto di vari ingredienti, poteva passare a indicare un piatto formato con scarti, avanzi o comunque con materiali poveri, ed ecco quindi il significato sassarese, che apparentemente è incongruo. L'etimologia è discussa: secondo alcuni la voce italioana zimino, documentata dal 1698, sarebbe un alterato della forma cimino, variante di cumino (la spezia), ma questo è impossibile perché la z- è sonora: in genovese suonerebbe dunque simin, non zimin. Secondo altri, la voce deriverebbe dall'arabo zâmin o zamîn che significa 'grasso', ma questo è incongruo considerando che in partenza si trattava di un piatto di magro. Secondo me, ma è solo un'ipotesi, e la formulo qui per la prima volta, bisogna partire da una forma genovese originaria azimin, con la a- andata perduta perché ritenuta una preposizione (del resto si dice prorprio faxö a zemin): lo conferma la forma corsa, che è azziminu. Se così fosse, è evidente la derivazione dalla voce azzimo 'non lievitato', che per estensione può essere passata a significare 'non condito', ossia 'di magro'. Mi pare un quadro soddisfacente. L'aggettivo azzimo è di origine greca, àzymos 'senza lievito' (da a- senza e zymê 'lievito'), passata al latino tardo azymum e di qui all'italiano e, evidentemente, al genovese antico (oggi questa voce da noi non esiste).

Zuccotto - Richiesta di Luana, Venezia
Il nome "zuccotto" che indica un certo tipo di dolce semifreddo ha a che fare con quello della "zucca", ma solo nel senso figurato che quest'ultima voce assume passando a indicare la "testa". Infatti nel sec. XV lo "zucchetto" o "zuccotto" era una sorta di elmo o celata in metallo che copriva il capo (ossia la "zucca", la testa) dei cavalieri, e il significato di "copricapo metallico" rimase in vigore fino al Settecento; nel 1830 troviamo attestato per "zucchetto" il significato di "copricapo dei sacerdoti", "papalina", e finalmente nel 1960 lo "zuccotto" passa a indicare anche un dolce che per la forma può richiamare appunto il berretto dei religiosi.


sito realizzato da Paolo Massimelli; progettato e curato da Sergio Rossi, aggiornato da Marco Gallione