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Il tempo dei contadini

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Scritto da Massimo Angelini Visite: 2758

Da oltre cinquecento anni il lunario esprime il tempo circolare dei contadini: circolare come il girotondo del giorno e della notte, come la danza del Sole e della Luna, come la processione delle stagioni, come l’eterno ritorno della vita dall’infanzia alla rinascita. Compilato tutti gli anni e ogni anno un po’ diverso, vive attaccato al muro della casa o della stalla, oppure, nel formato tascabile (com’è più comune tra i contadini), in un cassetto con gli attrezzi o nelle braghe da lavoro. Per sua natura segna i movimenti e le trasformazioni apparenti della Luna e dei corpi celesti; spesso è anche “calendario”, per misurare l’anno e segnare i suoi giorni e le sue feste, ed è “almanacco”, per raccontare il tempo che ha fatto e che “farà”. In forme e con linguaggi differenti, di tempo in tempo e di regione in regione è, soprattutto, piccola enciclopedia della cultura popolare, quella che nasce dalla trasmissione orale e si nutre di esperienza e al suo interno, insieme con il calendario dei santi e le fasi della luna, ci si può trovare ogni genere di consigli e notizie utili: ricette, albe e tramonti, poesie, proverbi, storia locale, tariffe, curiosità, lavori del mese e altre informazioni per l’uso quotidiano.

Cinque secoli
Il primo lunario in forma di libretto nasceva a Genova nel 1473, venti anni dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili: era intitolato La raxone de la Pasca [Pasqua] e de la Luna e le Feste e, come si conviene a un oggetto rivolto alla gente, era scritto in un volgare farcito con parole della lingua locale. Nel cammino del tempo, i lunari sono cambiati per impostazione e contenuti, passando dai pronostici sugli eventi dell’anno, costruiti sull’astrologia o sulla cabala, alle previsioni del tempo, dettate a volte dalla fantasia o dalla superstizione, e a volte da una continua osservazione del cielo e dei fenomeni atmosferici condivisa all’interno delle comunità e tramandata nel tempo delle generazioni. Certamente, tra Sette e Ottocento hanno rappresentato la forma di letteratura popolare più diffusa, probabilmente più di quanto fossero diffusi i catechismi e i libri di preghiere. Intorno al 1780, in Italia se ne stampavano oltre 200.000 copie all’anno: si chiamavano Barbanera, Casamia, Chiaravalle, Il Mangia, La Sibilla Celeste, Valserena e in cento altri modi; in Liguria nasceva il Casamara, pubblicato fino a pochi anni fa, e più tardi il Lunaio du scio Tocca e il Lunaio do scio Regin-na.
Nel passaggio tra Sette e Ottocento, i lunari, sempre meno dedicati ai pronostici, iniziavano a diventare anche un veicolo di alfabetizzazione, adatto per divulgare informazioni e cultura tra la gente; molti assumevano un formato tascabile ed erano scritti per i contadini (un secolo più tardi lo saranno anche per gli operai), e parlavano del tempo, dei lavori del mese, dei giorni per riposare, di tecniche agricole, proverbi e fiere. Più tardi, in pieno Ottocento, nascevano lunari specialistici per ogni categoria di persone: dai commercianti ai viaggiatori – e informavano su distanze, tariffe, cambi di valuta e terre lontane – fino agli aristocratici e alle signore dell’alta borghesia – e informavano di nobiltà, mode, ricevimenti e figlie di buona famiglia da maritare.
Durante il secolo successivo, quando la tradizione sempre più è diventata caricatura del passato e rappresentazione fantasiosa di un tempo immobile e un po’ mitico, i lunari si sono sciolti nel conformismo del “com’erano belle e buone le cose di una volta”, qualche volta scritti in dialetto più o meno stretto, con lo sguardo rivolto al campanile e la penna intinta nella nostalgia.

Cosa resta
Finite le mode, esaurita la nostalgia, dei cento lunari tascabili che spopolavano a metà Ottocento, in Italia oggi pare che ne siano rimasti solo nove: il Gran Pescatore di Chiaravalle, (un’edizione a Torino e una a Tortona), il Campitelli Barbanera (Foligno), il Solitario Piacentino, il Sesto Cajo Baccelli (Firenze), il Pescatore Reggiano, il Lunarietto Giuliano (Trieste), il Lunario Bolognese; in Liguria c’è Il Bugiardino costruito cercando di mettere in equilibrio un genere letterario spesso imbevuto di superstizione, insieme con i saperi popolari sul tempo e sulla terra raccolti per anni di voce in voce. Ne è uscito un libricino interamente dedicato alla Liguria: da Ventimiglia alla val Bormida, dalla val Trebbia a Sarzana, passando per Ormea, Gavi Ottone e Carloforte! E questo libricino è rielaborato ogni anno per dare vitalità a un prodotto che nasce dal profondo della cultura rurale, cercando di restituire nuova dignità alla visione ciclica del tempo, e tentando di mantenere aperto un piccolo varco per continuare a dialogare con il cielo. Quel cielo che questo tempo di scienza cinica e di pensiero materiale rende solido e opaco e, a poco a poco, chiude sulle nostre teste e sul nostro cuore come una cupola di cemento.

Se alcuni tra i lunari tascabili di oggi restano fedeli, anno dopo anno, allo stesso modello, altri sperimentano una lenta innovazione nella continuità. Alcuni sono orientati a una cultura prevalentemente cittadina, altri guardano soprattutto alla terra e parlano dei lavori da compiere nei campi, nella cantina e in casa, e sono costruiti sul mese lunare e sull’anno contadino regolato dalle quattro tempora (periodi particolari che preparano le stagioni) e dalle scadenze fisse che, ancora per grande parte della gente della nostra campagna, portano nomi di santi e di feste: sant’Antonio abate (17 gennaio, cuore dell’inverno), quando gli animali agricoli nella stalla parlano tra loro e inizia del Carnevale; san Marco (25 aprile), giorno delle rogazioni intorno ai paesi e principio del tempo quando le brinate possono essere più nefaste e il grano rischia di essere divorato dalla ruggine; natività di san Giovanni Battista (24 giugno), notte prossima al solstizio, magica di fuochi e benedizioni; san Rocco (16 agosto), quando finisce la prima estate ed è tempo di fare scorta di cibo e di legna; san Martino (11 novembre), quando terminano e ripartono i contratti agrari; e così si potrebbe dire di molti altri giorni. I “vecchi” contadini osservano queste date, i cicli della Luna crescente e calante, seguono i consigli dell’agricoltura tradizionale e si affidano alla Provvidenza; i “nuovi” contadini talvolta osservano i cicli della Luna ascendente e discendente e la sua proiezione giornaliera nelle case delle dodici (ma sono tredici!) costellazioni, seguono le regole dell’agricoltura biologica e ragionano di energie; se i “vecchi” e i “nuovi” parlano forse non si capiscono, ma se lavorano probabilmente sì: sembrano espressione di mondi diversi, ma sono tutti contadini, e per tutti è evidente l’armonia del tempo che sempre ritorna nella giostra del giorno, delle stagioni e della vita, e il matrimonio profondo tra la loro terra e la Luna.

Massimo Angelini

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