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Cinque anni senza Giovanni Rebora ma lui è sempre con noi.

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Scritto da Nicola Calleri Visite: 4552

Gianfranco Rebora

Longue durée di Giovanni Rebora

In memoria del Professore
nato carrettiere, morto scienziato, antisavoia nell’intermezzo.

Sul finire del 2011, grazie a fortunate circostanze e alla munificenza dei Carbone di Recco (ristoratori de “la Manuelina” da oltre cent’anni), si è giunti all’istituzione del Premio Giovanni Rebora. Chi era presente alla soirée finale della prima edizione, nel marzo 2012, ha potuto percepire  nitidamente l’emozione e la gratitudine per l’indimenticabile Professù.
Ma l’idea di raccogliere e sottrarre alla diaspora tutto il Rebora sparso, minuto, era germogliata spontanea il giorno stesso della cerimonia funebre, un piovoso addio nell’ottobre 2007. Malinconico e inconsolabile, perciò avidamente bisognoso di uno stratagemma per sopportare il lutto. Quella sera un accorato invito, già in forma di proposta di lavoro, a Giovanni Assereto permetteva di gettare il ponte che avrebbe generato “Tagli scelti” nell’aprile 2009, presentato in Sampierdarena davanti a commossa, attenta platea assiepata al Modena.
Il libro non necessita di promozione per diventare un best seller (e comunque l’editore Slow Food non pare attrezzato in tal senso), non avendone in alcun modo le caratteristiche. Avrebbe invece, mi permetto di intercedere, le qualità del piccolo long seller: basterebbero una recensione di ampio respiro, e un tenace passaparola.
Perché, fatte le proporzioni, è come il Bürgerliche Geseztbuch delle nazioni civili (mettiamoci anche il nostro Codice del 1942): non ha scolpite risposte su misura per tutto, ma, tenuto sul comodino e sfogliato con regolarità, fornisce gli strumenti per interpretare molti aspetti, anche futuri, del vivere e convivere.
Un esempio à la carte?

Entrée: il costume – col subdolo aiuto del dizionario – ci impone un numero crescente di feste pagane, apericene, notti bianche e mezz’ore felici: non è che per caso, oltre allo sperpero, ci stiamo abbandonando all’irrazionale? “San Valentino decollato e la tradizione immaginaria” ci aiuterà a vergognarcene un pochino.
Viande: negli ultimi anni un insipido giovinetto, degno epigono della più imbarazzante dinastia reale, assurge ad ambìto protagonista di reality televisivi e altre prodezze. Che idea farsene? Puntare dritti su “Caro Maggiani, ai Savoia abbiamo già dato” (scritto nel luglio 2000, presentendo il patriottico rientro dei savoiardi maschi) e fare il pieno di anticorpi.
Dessert: sempre meno potrebbero permetterselo, soprattutto tra i giovanissimi, per via della strisciante istigazione alla bulimia. Trappole e abusi svelati da “La civiltà dell’obeso”, che ci sussurra anche dove organizzare i contrafforti della resistenza: mensa scolastica e desco familiare.
Liqueur d’Orange: stiamo conoscendo estati con settimane torride (quest’anno, per nostra fortuna, qualcuno ha pensato bene di definirle bolle di calore e battezzarle con nomi benauguranti) e imperdibili moniti dei competenti in materia. Dopo il sorriso che ci avrà regalato “L’afa, i consigli e la saggezza degli avi”, sopporteremo meglio tanto la canicola, quanto gli esperti.

Per tornare alla raccolta, il rischio più grande per i curatori non era tanto quello di rendere un cattivo servizio alla memoria, quanto di realizzare una piccola opera che potesse dispiacere a Rebora. Credo in tutta onestà che così non sia stato e, a distanza di cinque anni dall’idea originale, l’orgoglio che ne deriva – pudicamente tratteggiato nelle pagine introduttive dei Tagli –  non occorre spiegarlo a chi legge questa noterella.
Aleggia per sua natura, su questo tipo di iniziative, l’insidiosamente nota “sindrome del Garibbardo”. Gli almeno quarantenni dovrebbero ricordare il 1982, quando il diritto di celebrare il centenario della morte di Garibaldi fu arrogato a sé dall’allora onorevole Bettino Craxi. A che titolo, quale il legame di contituità tra l’anarco-universalimo militante del Nizzardo e l’etica flessibile del craxismo? Arduo compito, d’altronde sul gobbo di noi posteri come sempre. Sta di fatto che la legittimità di ricordare chi ci ha lasciato, appena ci si allontana dalla ristrettissima cerchia dei familiari, si apre a dubbi, angosce e timori. E più i commemoranti sono muniti di rispetto, più sentono le punture di spillo degli scrupoli.
Su Craxi e la variante messinese Craxì, il cui stipite dottore don Antonino “soffriva con un occhio solo o forse non soffriva affatto”, rimando a un soave articolo di Orazio Cancila.

Per ovvie ragioni, la raccolta non ha potuto ospitare quella specie di glossario reboriano clandestino, dispensato – motu di volta in volta fulminante, arguto, insolente, amaro – durante le lezioni, i bicchierini e le alre occasioni conviviali.
Approfitto del libero arengo che mi ospita per proporne una versione personalissima, perché le voci riportate sono solo quelle che ho ascoltato personalmente, e nemmeno tutte (la memoria seleziona come ben sappiamo). Con buona pace di chi si chiederà, perplesso, perché queste e non altre: perplessità legittime, ma risposte non ce ne sono.

Aula.
Spazio aperto, agorà (aγορά), dove ci si raccoglieva solitamente intorno a un logoro lungo tavolaccio e la lezione veniva somministrata a braccio, in forma di chiacchierata libera. Fucina di libero pensiero, per molti di noi il laboratorio dove attrezzarsi per leggere la vita.
Chiunque aveva libero accesso, ma non tutti – era il sentire comune – erano ammessi a stringersi a coorte. I più intransigenti, si sa, si annidano tra le file dei democratici.

Balbi 4 e Balbi 6.
Vedi gettoni.

Crusca.
C’era in quegli anni a lezione un assiduo, prepensionato più o meno coetaneo di Rebora, che amava stuzzicare il Nostro su svariati argomenti. Una volta si avventurò sui pasti a base di cereali, il cui uso cominciava a diffondersi
Assiduo: “Ai miei tempi la crusca si dava ai cavalli...”
Rebora: “Ecco, ora si dà agli imbecilli.”

Danni di guerra.
Qui si affiancavano umanità e pragmatismo di Rebora. Accanto ai milioni macellati inutilmente in trincea, sotto le bombe o contro i siluri, alle due generazioni cancellate nella prima metà del Novecento, piangeva la distruzione materiale di suolo, lavoro (l’azienda familiare, nel suo caso), ricchezza, cultura. Se ogni potenza belligerante avesse comprato, a prezzo di mercato, il territorio a cui aspirava con l’entrata in guerra, avrebbe speso infinitamente meno, e alle popolazioni sarebbe stata risparmiata una serie di spaventose carneficine. Certo noi, coi Savoia, eravamo condannati in partenza.

Economia.
La materia reboriana per eccellenza. Molte volte il punto di partenza – e di arrivo – del ragionamento era Genova, dove l’impresa economica si sviluppò su scala internazionale già sul finire dell’XI secolo (Zeneizi alla prima crociata). Genovese il primato cronologico del ritorno alla monetazione aurea, lo sviluppo delle moderne tecniche creditizie, le modalità di accaparramento dei raccolti agricoli tramite anticipazioni di capitale, la presenza su tutte le piazze finanziarie e commerciali, fino al culmine del siglo de los Genoveses.
La formidabile abilità commerciale era spiegata, anche, con la capacità di quei mercatores di creare e sostenere bisogni indotti, dalle ceramiche alle spezie al caviale – prodotti che, guarda caso, i Genovesi si procuravano a sconto e rivendevano salati (soprattutto il caviale).

Francesco Cirio.
Capitava che le lezioni, impartite come detto sopra, fossero sostituite da conferenze. Ma, anche in queste fasi, l’atmosfera rimaneva informale e rilassata, cosa da cui – orrore – traeva visibilmente vantaggio la concentrazione dei discenti.
Ricordo, in particolare, nel 1995 (se sbaglio mi corrigerete), una splendida lectio magistralis di Carlin Petrini sul monferrino Cirio – nessuno lo conosceva, e molti lo facevano napoletano – e l’adattamento del metodo Appert per l’inscatolamento dei prodotti di stagione.

Gettoni.
Una volta, a lezione, un altro ex giovane ricordava l’atmosfera greve della Casa dello Studente di corso Gastaldi tra fine anni Settanta e primi Ottanta, l’epilogo del Movimento. Tra gli episodi più ricorrenti, danneggiamenti ai telefoni pubblici installati nell’edificio: manomessi gli apparecchi, sabotate (e magari svaligiate) le gettoniere.
Da Rebora nessuna indulgenza, nonostante il comune colore politico, per il vandalo di turno.
Anzi: “Fosse stato per me, vi garantisco che quello lì avrebbe cagato gettoni per tutta la vita.”

-Ie, -ismi
Diffidare dei fenomeni che necessitano di termini con tali suffissi.
Un esempio illuminante: le idee. Quando si trasformano in ideologie, servono più a poco e anzi diventano pericolose. Su questo punto insisteva e tornava spesso, sapendo che, tra gli astanti, i più non avrebbero recepito, opponendo resistenza ideologica.

Luigia “caduta di fresco da cavallo”.
Calembour, obiettivamente irresistibile quanto involontario, vergato da chi scrive in una ricerca su certi possedimenti nobiliari di villa in bassa Val Polcevera (Genova-Campi), presso uno dei quali si tenne nel 1800 la celeberrima festa con Ugo Foscolo tra gli invitati. La caduta di fresco era naturalmente l’invitata Luigia Pallavicini, sfregiata nell’abbandonar l’arcione contro sua volontà e immortalata dal Poeta nella nota ode.
“Avrei pouto scriverlo io” il commento di Rebora (riferito alla fresca caduta, non certamente all’ode).

Morsi della fame.
Vedi primavera.

O.P. vulgo Oro Pilla.
Dalla pittura al cinema, dal varietà alla fotografia alla pubblicità, Rebora era fortemente interessato a tutte le forme di comunicazione visiva.
Memorabile quando nel mirino finì la réclame di Oro Pilla, dove si vedevano alcuni sporcaccioni, smontati di fresco da cavallo, accomodarsi noncuranti sui divani del salone e sorseggiare un brandy, senza essersi presi il disturbo di cambiare abito. Il Nostro – carrettiere di stirpe – ci invitava a immaginare il lezzo stallatico, saldamente attaccato ai lombi degli intenditori, trasmigrare da questi, per sfregamento e contatto, all’inclito lavoro del tappezziere in stoffa.
Se committente e pubblicitario avessero avuto una minima idea della realtà, avrebbero ripiegato su qualcosa di meno compromettente. O magari no.

Primavera.
Scordatevi la stagione cantata dai poeti; è, piuttosto, quella scandita dai morsi della fame (non a caso tenute a bada, primavera e fame, dai rigori quaresimali). È il tableau vivant che Rebora ricordava di aver ammirato ancora nel secondo dopoguerra, appena ci si spostava nell’entroterra ligure. Contadine con un solo dente superstite, immobili, ferme ore e ore per non bruciare quelle poche calorie faticosamente assunte chissà come il giorno prima.
(Per inciso, delle suddette matrone ricordava che, con la stoffa necessaria per confezionare la biancheria intima, si sarebbero potute ricavare vele da leudo.)

Ricerca.
La vera missione dello storico.
Posso dire, per esperienza personale, che saper fare una ricerca – unitamente all’esercizio della critica della fonte – fornisce, in qualunque ambito lavorativo, un vantaggio concorrenziale non effimero su chi è munito di formazione convenzionale: ingegneri, avvocati, informatici, contabili, spedizionieri e via dicendo. Ci vorrà del tempo perché la primazia affiori, ma sappiate aspettare e predisponetevi a stupire.

Slow Food.
La più lungimirante iniziativa a cui contribuì Rebora (che aderiva con grandissima generosità a una quantità di proposte di vario genere). Non so se i promotori si aspettassero il successo planetario che avrebbe portato Carlin Petrini sulla copertina del Time Magazine, ma evidentemente l’idea di fondo era giusta.
Per dovere di cronaca devo ricordare il sullodato assiduo definire una volta il neonato movimento “Slow Fast”. Venne perdonato col silenzio dai membri dell’agorà.

Travestimenti.
Qui il glossario si censura, perché dovrebbe riportare quando Rebora raccontava – con faticoso autocontrollo – di quel sommo porporato di una città portuale col faro come simbolo, che amava farsi immortalare in vesti femminili da un concittadino fotografo il cui figlio, grazie a tali servizi confidenziali, avrebbe poi fatto fior di carriera nella pubblica amministrazione dell’età repubblicana.

Un milione di abitanti.
A inizio anni Settanta (XX secolo), ignara che si fosse già imboccata la fase discendente dello sviluppo demografico, parte della classe dirigente genovese auspicava – confidando di ricavarne chissà quale prestigio – di passare da novecentomila abitanti al fatidico milione di bocche tassate.
“Sì, e chi gli dà da bere?”.

Via Madre di Dio.
Per tirar su nel cuore del centro genovese uno squallidissimo comprensorio (“centro direzionale” nella vulgata meneghina), abbandonato dall’inquilino più importante, la Regione Liguria, dopo nemmeno un trentennio, venne demolito un quartiere del Millecento. Continuazione di un cupo progetto degli anni Trenta, trionfò dove nemmeno il conformismo fascista era riuscito: demolire, sbancare, atterrare alcuni tra i più begli isolati del centro antico.
Scempi, invano osteggiati dal Piccùn daghe cianìn, di cui gli ineffabili sostenitori avrebbero cominciato a pentirsi – a demolizioni avvenute – a stretto giro, uno dopo l’altro.

Zeneize.
Il genovese in questione è Adriano Rebora, fratello minore di Giovanni.
Emigrato negli Stati Uniti in cerca di fortuna, dopo anni di gavetta e feroce determinazione giunse ad aprire uno dei più grandi ristoranti della costa pacifica. Il commento di un ebreo californiano a tanta impresa, riportato dal Nostro, chiude il cerchio: “Solo un zeneize ghe pueva riuscì”.

Nicola Calleri, ottobre 2012

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