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Ristorante Macelleria, non solo carne

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Scritto da Sergio Rossi Visite: 3333

Capita che ti trovi in una città come New York e ti venga voglia di mangiare in un ristorante con un buon rapporto qualità prezzo. Come fare per non prendere un pacco? Facile, ti compri la guida Zagat. Personalmente non considero le guide come strumenti sempre affidabili ma in questo caso si tratta davvero di qualcosa di molto accurato. La guida Zagat è comoda, pratica e, per quel che ho potuto constatare, affidabile.
Una sera avevamo voglia di assaggiare la rinomata carne americana e guida alla mano ci siamo messi alla ricerca di un ristorante che facesse al caso nostro. Le “steak house” – ovvero i locali specializzati in bistecche – che compaiono sulla guida sono una decina e dopo una selezione a naso abbiamo optato per il ristorante Macelleria, che pareva offrisse tutte le garanzie necessarie ad un gruppo di sei persone con gusti eterogenei.
Il locale si trova nella vecchia area dei macelli, già in gran parte recuperata e sede di numerosi ristoranti e locali notturni. Da fuori il locale non presenta un fascino particolare ma appena si entra ci si sente a proprio agio. Le pareti di mattoni con i vecchi ganci da macellaio, i tavoli di legno e un gran bancone bar che assomiglia a quelli di certi locali d’epoca europei. Insomma l’atmosfera è decisamente gradevole, ma dato che oggi troppo spesso si punta più sull’apparenza che sulla sostanza - cioè sul cibo - è meglio aspettare ad entusiasmarsi.
 

Le parti della muccaUn primo problema: il locale, se pieno, è rumoroso; più tardi si svuoterà e sarà una meraviglia. Occorre precisare che una seconda sala al piano interrato è molto più silenziosa e riservata.
Il menù va bene per tutti ed è impostato sullo stile italiano; dopo tanti discorsi siamo a New York e mangiamo italiano? Non è proprio così ma quasi.
Qualcuno prende un primo, per la precisione zuppa di fagioli: ottima. Nel frattempo si ordina la carne, steak e filetto con alcuni contorni; i due meno carnivori scelgono trota e orata.
Niente vino perché nessuno beve e allora giù con l’acqua. I camerieri sono molto solerti nel mantenere i bicchieri pieni e forse questa presenza continua stride un po’ con lo stile del locale che parrebbe non richiederla. È anche vero che per noi italiani tutto il discorso del servizio, delle bevande e della mancia finale è sempre un po’ difficile da digerire, e di questo parlerò da parte.
Arrivano i secondi: l’aspetto è magnifico. Una nota importante: chi ha scelto la carne si vede consegnare un coltello con il quale potrebbe agevolmente sezionare l’animale intero e questo è sempre un gran bene.
La carne non tradisce le attese: morbida, saporita e cotta come richiesto, è quanto di meglio ci si potesse aspettare. Altra nota positiva per i contorni: patate al forno ottime, ma anche altre patate e zucchini tagliati a striscioline sottili, infarinati e fritti. Insomma da non sapere cosa mangiare per primo. Anche i pesci sono cotti a puntino e ottimi.
Purtroppo manca lo spazio per il dolce e si opta per due dolcetti in comune: gelato e sformato al cioccolato sempre di livello.
Il caffè espresso è eccellente.
Il conto non smentisce la guida $ 377 inclusa la mancia (18 % pari a $ 58.39) pari a circa € 260 ovvero circa 43 euro a testa.
La valutazione finale è complessivamente buona; nulla da dire sulla qualità del cibo, tempi di attesa ridotti, servizio curato e conto in linea con le attese e adeguato al locale. Semmai la cosa che non mi è piaciuta è stata trovarmi direttamente in conto l’ammontare della mancia (18%).

Mancia obbligatoria negli States
Torno un momento sul servizio e sulla questione “mancia obbligatoria”. Personalmente ho sempre fatto fatica ad accettare questo tipo di consuetudine americana fin da quando anni fa, a pranzo al ristorante, ospite di amici e parenti, vedevo lasciare delle mance che mi facevano impallidire.
Ho chiesto spiegazioni e questo è quanto ho capito. Il sistema americano prevede che chiunque abbia un ristorante possa prendere dei camerieri riservando loro un trattamento retributivo minimo che è praticamente da fame. Per questa ragione il servizio come voce del conto non compare (e non dovrebbe essere considerato, se non in misura assai ridotta, neppure nelle singole voci di spesa) e si è consolidata l’abitudine di riconoscere una mancia che in qualche modo rappresenti una gratificazione per i camerieri. E in quanto gratificazione, la percentuale di mancia riconosciuta vorrebbe anche rappresentare il gradimento del singolo cliente per il servizio ricevuto. Come dire che se di solito la percentuale si aggira intorno al 15/18 % del totale, una cifra minore viene interpretata come mancato apprezzamento del servizio. Questo se parliamo di rapporto cliente-cameriere fra americani. Ma dato che col dollaro molto basso, soprattutto per i cittadini dell’area euro gli Stati Uniti sono diventati una meta più accessibile, i camerieri dei ristoranti hanno capito che se vogliono che gli stranieri rispettino questa consuetudine devono “ricordarglielo” allegando direttamente al conto la mancia.
Io capisco le esigenze di ognuno e capisco anche che recandosi all’estero oltre alle leggi si debbano rispettare le abitudini e le consuetudini consolidate, soprattutto quando si tratta di remunerazione di base di chi lavora. Quello che però faccio fatica ad accettare – e forse è solo una mia difficoltà – è che un cameriere (come altri lavoratori) debba far dipendere la propria esistenza dal fatto che riceva la mancia o meno.
Ma forse è solo una differenza di sistema, giusta o sbagliata che sia.

Sergio Rossi

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