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La Galletta del Monte di Portofino e il Cappon di Galera
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I primi accenni di Primavera, sul Monte di Portofino diventano
bagliori estivi, anticipazioni della bella stagione che qui arriva
prima e se ne va molto dopo. Insomma un luogo privilegiato
dal quale si gode una vista straordinaria con panorami che spaziano
dalle nevi alpine al mare, dalle onde di Punta Chiappa ai crinali
dell’entroterra.
Se ti fai un giro da queste parti non puoi non fare tappa al panificio
Maccarini, uno degli unici dove si fa ancora la galletta del marinaio.
In un mondo frenetico, a volte schizofrenico, qui si respira l’aria
delle cose fatte con calma, con i tempi necessari e indispensabili
affinché il risultato del lavoro sia ideale, perfetto.
La galletta è un prodotto artigianale che col tempo ha cambiato
i suoi connotati. È nata come focaccina secca – quasi
immangiabile se non bagnata –, ideale sostituto del pane da
mettere nelle zuppe e nelle insalate, e pian piano, con l’aggiunta
di improbabili condimenti, ha assunto la consistenza di un cracker.
Ma a San Rocco di Camogli no, non è cambiato niente: tutto
è rimasto come prima. Nel piccolo panificio che la famiglia
Maccarini gestisce dal 1885, si fa la galletta proprio come se dovesse
essere imbarcata su una galea, su un brigantino, su una qualunque
imbarcazione antica sulla quale l’equipaggio baserà
l’alimentazione proprio sulla galletta e su pochi altri cibi.
Gallette e biscotti erano il pane dei marinai: ogni zuppa, ogni
minestra, ogni insalata era accompagnata da questi due prodotti,
uguali nell’utilizzo ma profondamente differenti nella preparazione.
I Maccarini fanno la galletta come forse nessun’altro sa fare.
Usano una ricetta storica che appartiene alla loro famiglia da generazioni
e mantengono la rotta sempre dritta, senza curarsi delle nuove tendenze
o delle tecnologie “per fare più presto”. Anche
perché rimanere fedeli ad un prodotto e riproporlo sempre
nella stessa versione, permette loro di essere straordinariamente
all’avanguardia. In un mondo del cibo nel quale vince ancora
una comunicazione legata a qualcosa di finto “antico, come
una volta, della nonna…”, senza remore né pudori
verso il “consumatore”, chi ha saputo davvero traghettare
un prodotto nel tempo senza perdere l’orientamento, oggi si
ritrova in cima alla graduatoria. Sarà forse per questo che
la galletta dei Maccarini è conosciuta e apprezzata ovunque,
non solo in Italia.
Peraltro, da qualche anno, proprio a San Rocco e grazie alla galletta,
un comitato locale ha fatto nascere la sagra della Capponadda, la
più classica delle insalate marinare, fatta di galletta imbevuta
d’acqua e aceto, pomodori a pezzi, tonno, acciughe salate,
cipolla, olive e capperi, il tutto ben condito con olio extravergine
d’oliva e una spruzzata di origano. E lo scopo primario di
questa festa non è solo quello di promuovere un piatto locale
o il prodotto su cui si basa, ma anche raccogliere fondi da destinare
di volta in volta a piccoli interventi di cura e manutenzione di
beni comuni presenti nella zona.
Che la Capponadda sia un piatto storico di queste parti, e non solo,
basta chiederlo ad uno qualunque degli abitanti di San Rocco, Camogli
o di altri borghi rivieraschi, ma che qui assuma un significato
tutto particolare, forse è un po’ meno risaputo.
Proprio sotto l’abitato di San Rocco, poco più in basso,
sulla via pedonale che porta verso Punta Chiappa, si trova la chiesa
romanica di San Nicolò di Capodimonte, un antico edificio
religioso che ha ospitato, fra l’altro, la comunità
dei frati Minimi di San Francesco di Paola. Siamo intorno al 1870
quando i padri iniziano a risiedere nell’abbazia e pochi anni
dopo, colui che diventerà il loro Superiore Generale, scriverà
uno dei più importanti trattati di cucina genovese: Cucina
di Strettissimo magro. Padre Gaspare Dellepiane, che si autodefinisce
– e c’è assolutamente da credergli – esperto
di cucina, nel 1880 compilerà questo splendido ricettario
seguendo le rigide regole dell’astensione dal consumare carni,
derivati del latte e uova. E proprio fra quelle ricette compare
il Cappon di galera, l’attuale Capponadda, fatta con galletta
bagnata in acqua e aceto, fettine di musciame di tonno, ovvero filetto
di tonno salato, pezzetti di acciughe salate e olio d’oliva.
Certo una versione un po’ meno elaborata dell’attuale,
ma comunque basata sugli stessi prodotti locali. Perché perfino
il tonno veniva pescato proprio di fronte all’Abazia di Capodimonte,
in quella tonnara che oggi è rimasta l’ultima attiva
in Liguria. Ecco come una semplice galletta, unita a pochi altri
ingredienti, può rappresentare e testimoniare davvero la
cultura alimentare del territorio nel quale si produce. E questo
grazie a sapienti artigiani come i Maccarini che, col loro lavoro,
tramandano un pezzo importante della tradizione gastronomica ligure.
Valeria Maccarini con le gallette; panorami
da e su San
Rocco di Camogli e dall’abazia di San Nicolò
di Capodimonte. |
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Cappon di galera
Mettere in acqua sale, e aceto dei biscottini di semola; quando
siano rammolliti alquanto, metteteli in una salvietta, spremeteli
bene affinché diano tutta l’acqua; quindi conditeli
con olio, sale, capperi, mosciame di tonno a fette sottilissime,
con acciughe salate, diliscate e rotte a pezzetti.
Aggiungo io: ognuno personalizzi la ricetta come più gli
aggrada!
Sergio Rossi
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