Piacenza: A teatro con gusto, serata memorabile nel nome di Giovanni Rebora e della cucina Appenninica genovese.
È stata una serata davvero memorabile
quella di venerdì 29 gennaio 2010.
Il primo esperimento, scaturito da un’idea di Giancarlo
Spezia, condivisa e incoraggiata da Diego Mai, ha avuto un
successo che è andato oltre le aspettative. Il cibo
è entrato letteralmente in scena trasformando gli spettatori
in attori che rappresentavano se stessi.
È proprio così, perché l’altra
sera il vero spettacolo lo si godeva dai palchi, osservando
il colpo d’occhio offerto dal palcoscenico imbandito
a festa e magistralmente illuminato.
Insomma una suggestione straordinaria che ha catturato i presenti
fin dai primi momenti.
Perfino la preparazione della torta Pasqualina alla genovese,
autentico gesto gastronomico messo in scena da Enrichetta
Trucco, si è trasformata in performance teatrale, senza
enfasi, senza eccessi spettacolari, e forse proprio per questo
vero “gioco” e vera “vita”, in piena
sintonia con la filosofia dello splendido teatro piacentino.
Due i temi della serata: il libro che raccoglie molti articoli
di Giovanni Rebora e la cucina appenninica del Genovesato.
Tagli scelti è il titolo che Giovanni Assereto e Nicola
Calleri hanno deciso di assegnare al libro da loro curato
e edito da Slow Food. Una corposa serie di articoli firmati
da Rebora per il quotidiano genovese Il Secolo XIX e per altri
giornali e periodici.
Chi ha avuto la fortuna di frequentarlo riconosce nel libro
tutte le sfaccettature del notissimo professore genovese;
raffinato, ironico, pungente e concreto, sapeva commentare
con eleganza qualunque notizia più o meno seria; glie
lo chiedevano di proposito, per pubblicare quelle curiose
e ironiche considerazioni, solo in apparenza tali.
Inutile ricordare chi era Rebora: il Rebora docente universitario,
direttore del Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea dell’Università
di Genova; il Rebora impegnato fin da giovane in politica; il Rebora
raffinato intellettuale con la maschera da “uomo della strada”.
Insomma, il Rebora poliedrico, con le sue singolari e indimenticabili
lezioni e i suoi diretti e lineari ragionamenti. Avendo lavorato
con lui per qualche anno, posso dire che ogni giorno era come andare
a lezione senza rendersene conto. Oggi lo so.
La cucina appenninica genovese è stata scelta a proposito,
perché Rebora era uno dei più grandi studiosi della
storia del cibo e amava quella parte del patrimonio gastronomico
ligure che era ed è conservata nelle trattorie di campagna.
I piatti della serata erano ispirati ad una tradizione appenninica
profonda, marginale e intima, rustica e povera, ma autentica e originale.
I ragazzi dell’Istituto alberghiero di Piacenza, seguiti da
un loro docente di cucina Luigi D’Avino e guidati da Enrichetta
Trucco e da Gabriella Rossi, hanno lavorato molto bene, interpretando
i piatti in modo corretto e appropriato, cosa non facile in una
cucina di fortuna. E che dire del servizio, impeccabile e veloce
proprio grazie alla prontezza dei ragazzi di sala, compagni di istituto
dei futuri cuochi. Il tocco di classe lo hanno dato i sommelier
della FISAR, sempre misurati e professionali come si addice a chi
sa presentare il vino con competenza e cortesia.
Pochi intermezzi colloquiali curati da Giancarlo Spezia e dal sottoscritto
e alcune letture di parti del libro interpretate da Federico Rebora
- figlio del professore - hanno accompagnato la serata, alla quale
hanno partecipato anche la signora Anna, moglie di Rebora, e il
figlio Lorenzo, secondogenito dei coniugi Rebora.
Credo che Giancarlo Spezia e Diego Mai, veri artefici della serata,
debbano essere soddisfatti e orgogliosi; il 26 febbraio si replica
con Il maiale e la cucina della Bassa: Peppone e don Camillo
a tavola.
Rassegna stampa
Articoli di Elisa Malacalza, Betty Paraboschi, Maria Paola
Sforza Fogliani e Giancarlo Spezia
gentilmente concessi dai quotidiani "La Libertà"
e "La Cronaca"