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Giovanni
Rebora, l’illustre storico dell’alimentazione, scrive una
lettera aperta di rilevante peso al fondatore di Slow Food e ideatore
di Madre Terra, Carlo Petrini a cui di recente il Times ha dedicato la
copertina.
La Civetta è onorata di essere stata scelta per la sua pubblicazione |
Caro Carlin,
io non sono così presuntuoso da proporre una “presentazione“
del tuo libro, né sono in grado di scrivere una recensione: dovrei
criticare, seppure in senso “consenziente”, un libro che affronta
temi globali, cosa che tu solo sai fare, tu che conosci tutto il mondo
per averlo visto.
Massimo Montanari ha scritto del tuo libro e io sono in sintonia con lui:
parto da Platina.. Bella forza, dirai tu, Massimo ha il nome appropriato
e la cultura che insieme condividiamo.
Perciò mi permetto di scrivere su queste pagine del tuo grande
libro in forma di lettera all’autore. Mi piacerebbe parlarne con
te, a lungo, con la calma che il mio carattere “slow” mi impone,
ma tu hai da fare e forse è meglio che tu faccia le cose che fai,
visto che vorrei avere la forza e la capacità di farle anch’io..
Veniamo alle cose che hai scritto, alcune delle quali hanno suscitato
la mia ammirazione ed alcune mi hanno suggerito di muoverti qualche domanda.
Tu mi conosci da tempo, sai che ti sono amico e da amico ti sei sempre
comportato nei miei confronti, fino dai tempi del Prezzemolo, quando non
speravamo di diventare Slow Food, ma in fondo a ciascuno di noi esisteva
quella “spinta utopica” che tu hai saputo guidare fino al
successo. E’ quella spinta utopica che ancora mi proponi con la
tua scrittura, che si fa comprendere perfino da me, vecchio e caparbio
ottimista, ma non eccessivamente attrezzato. E’ l’etica del
tuo scritto che condivido e che, in qualche caso, mi fa venire in mente
una presuntuosa locuzione: Che Fare? Lo so che non sono originale, altri
si è posto la stessa domanda prima di me, ma vediamo nel dettaglio
alcune cose.
Intanto l’idea di Terra Madre: sembra essere realizzata con mezzi
adeguati. Io non amo pensare che la terra debba appartenere ai contadini,
visto che la proprietà della stessa verrebbe polverizzata nel giro
di due generazioni, a causa del diritto successorio, che seppure sacrosanto,
non favorisce le aziende agricole.
Ma sono sicuro che ai coltivatori debba appartenere il prodotto della
terra, dal frumento alla frutta, dall’olio al vino. La terra può
essere di proprietà di chiunque, dal re allo stato ed anche al
privato, ma chi la lavora e ne trae frutti deve avere il diritto di considerarli
suoi. Ha lavorato e faticato, il frutto è suo almeno per la parte
preponderante. Deve avere anche il diritto di vendere i suoi frutti, dovrà
attrezzarsi per venderli direttamente, se è necessario dovrà
associarsi ad altri, ma non subire ricatti vergognosi. Forse tu ricordi
i tempi in cui i contadini portavano al mercato la “navassa”
(bigoncia) piena di uva, e ricordi anche che nessuno comprava fino a sera,
quando il coltivatore, pur di non tornare a casa con la sua uva e senza
soldi, decideva di vendere a prezzo stracciato.
Si dovranno trovare “rapporti di produzione” capaci di assicurare
il “possesso” della terra a chi la coltiva e finché
la coltiva, assicurandogli una dignitosa sopravvivenza quando sarà
vecchio e gli verranno meno le energie che si spendono lavorando la terra
(diciamolo anche agli economisti che la gente invecchia). Quanto alla
conservazione e trasmissione del sapere è importante offrire anche
le innovazioni, ma calibrate sulla possibilità della loro acquisizione
da parte delle popolazioni cui vengono proposte. Per esempio la possibilità
di riparare una macchina, oppure, ancora per esempio, un impianto di irrigazione
che non esiga una pompa impossibile da cambiare, salvo spese ingenti ed
attese infinite, dovendola comperare a caro prezzo da paesi ricchi. Il
mio amico Guandalini, che è stato trent’anni in Africa, mi
dice che la pratica del bricolage sembra sia gradita, proviamo a dare
loro cose capaci di essere riparate con queste pratiche.
Non occorre costringere la gente a diventare ingegnere (se lo diventa
tanto meglio) per coltivare la terra sulla quale è nato, basta
evitare che la gente che lavora la terra venga strozzata da altri, che
non coltivano ma guadagnano.
Mi pare che il signor Lavazza, che ho conosciuto e che stimo, abbia in
corso un esperimento simile per una coltura di caffè. Vuol dire
che si può. Vuol dire che tu hai avuto ragione, e lui anche. Non
illudiamoci, anche i poveri sanno essere pessimi uomini, ma siccome sono
le opportunità che aguzzano l’ingegno, e non la necessità,
mi pare giusto che Slow Food offra opportunità.
Non voglio pensare a tentativi di beneficenza, seppure lodevoli, ma spero
che si possa “insegnare a pescare” piuttosto che regalare
un pesce.
Lo so che non è tutto qui, il problema principale sta nel tentativo
di evitare che altri si impossessi del prodotto del lavoro, sta nel tentativo
di essere giusti oltre che onesti. Ma intanto la cosa è cominciata,
con tutti i difetti che l’invidia ,di chi non avrebbe mai pensato
queste cose, saprà trovare, ma si tratta di un seme che non darà
più sottomissione: là dove le cose funzioneranno si vedrà
che il mercato non è così cattivo, di suo, ma che sono gli
uomini ad essere avidi e prepotenti; insegniamo, quando è possibile,
anche i mezzi e i modi di difesa.
Vengo ai problemi dell’educazione, non voglio angustiare i lettori
più di tanto e le parole mie saranno conte.
Durante la guerra, nel 1942, frequentai la quinta elementare a Novi Ligure.
La maestra ci insegnava a coltivare l’orto, avevamo tutti una zappetta
dal lungo manico, si dovevano tracciare i solchi dritti, si seminava nei
solchi, oppure nei vasi, per poi trapiantare le piantine. Al momento della
raccolta si portava tutto alla cuoca della “refezione” che
faceva il minestrone e l’insalata con le nostre cose. Si trattava
dell’orto di guerra ed io non vorrei che scoppiasse una guerra,
neppure a scopi educativi. Molto più tardi, ebbi a occuparmi della
scuola dei miei figli e proposi, ingenuo come sono, che l’ora e
mezza della refezione (ormai mensa) fosse considerata materia di studio
come le altre. Mi spiegarono che ormai si comperavano i cibi precotti
e che non era “economico” insegnare a mangiare bene, il sorriso
di sufficienza voleva dire che la “cultura” è altra
cosa.. Stiamo tornando sui nostri passi, ora si intravede qualcosa di
meglio.
Quando cominciai ad occuparmi di storia dell’alimentazione, più
di un vecchio e potente “idealista” prese a deridermi, il
peggio fu che non trovai sedi di stampa, salvo a mie (impossibili) spese:
pare che fossi un “gastronomo”. Ho scritto un paio di libretti
di storia economica dell’alimentazione, ma la fama di “gastronomo”
non me la ha tolta nessuno Gastronomo era, forse anche a ragione, sinonimo
di ghiottone. Anch’essi, i colti, erano ghiottoni, ma la mia curiosità
non aveva stanza in quella cultura. Superbo come sono mi sentii un Lisia,
non abilitato a parlare nell’Agorà. Dato che io condivido
tutte le discipline che hai elencato per la “nuova gastronomia”,
spero di diventare, al più presto, un “nuovo gastronomo”:
presenterò i titoli necessari.
Ora voglio ricordarmi delle tue righe su Baiardo e della musica e dei
canti “dialettali”. Anche la cucina di Baiardo spero che sia
stata “dialettale”, nel senso che spero sia stata eseguita
come un canto, di quelli che chiamiamo dialettali come se fossero meno
belli degli altri, e meno buoni, riferendoci alla cucina. Quando me ne
vengo nelle Langhe o nel Monferrato, vado a cercarmi la cucina “dialettale”,
quella aulica la trovo ovunque.
Esiste una “alta moda” ed esiste il sobrio vestire quotidiano,
esiste l’alta cucina ed esiste l’ottimo cibo di tutti i giorni,
non si tratta di tradizione, si tratta di persistenza nella memoria delle
cose che si sono guadagnate l’aggettivo di “buono”.
Teniamoci questa memoria, potrebbe salvarci dalle imposizioni degli invasori.
Ho anche letto che tu, in Francia, ti sei comperato una serie di bellissimi
coltelli, sono belli davvero, lo so. I miei antenati, almeno verso la
fine del quattrocento, furono “coltellinai”, poi alcuni divennero
ristoratori, trasportatori, macellai, pastai e mercanti, alla fine dell’Ottocento,
a Isoverde, c’erano tre fabbricanti di falci che si chiamavano Rebora,
un altro andò ad esercitare a Novi Ligure.
In Francia si è conservato il “saper fare”, a costo
di qualche sacrificio, da noi alcuni “saperi” sono spariti
per far posto a nuovi lavori, anch’essi ormai obsoleti. Ora si cerca
di far risorgere qualche ingegno. Se si vuole si può, con difficoltà,
ma si può.
Le trattorie hanno mantenuto quelle pietanze che ora sono “tradizionali”.
Erano pietanze proponibili solo in trattoria, dove il prodotto si “vende”;
in famiglia si poteva tentare di imitare quelle pietanze, ma alla domenica,
solo alla domenica, quando andava bene.
Ma sono quelle trattorie che dobbiamo aiutare, mettendole in contatto
con i produttori, cercando di facilitare l’accesso alle materie
prime, e tentando anche, seppure a malincuore, di convincere la gente
che non si deve credere –subito- di essere imprenditori, di quelli
che hanno la Ferrari testa rossa. Né di voler concorrere con l’alta
cucina, per la piccola ragione che qualcuno ci ha detto che siamo bravi,
perché abbiamo ottenuto un riconoscimento con qualche cappello
o una stella. Finiamola, abbiamo altro da fare e di molto meglio.
Vengo all’idea di “pulito”. Mi inviti ad un banchetto
straordinario. Circa trent’anni or sono, ho organizzato due convegni
sui problemi del mare, dove si parlò di allevamento, di storia
e di cultura. Vennero persone di altissimo livello, ma non venne il pubblico.
Colpa dell’organizzatore, naturalmente, ma anche colpa di una mentalità
che noi, con te, dobbiamo cambiare.
Se non saranno puliti gli estuari dei grandi fiumi, dovremo rinunciare
alle anguille, se non si controllerà più la pesca dello
storione nei grandi fiumi, rinunceremo al caviale. Non mi importa molto
del caviale, mi importa della barbarie che ci condurrà a perderlo.
Alcune specie di pesci, se allevati in modo pulito, sono buonissime. Non
scrivo dei molluschi e dei crostacei perché mi occorrerebbe uno
spazio enorme, ma tu sai, meglio di me, che con un poco di ricerca scientifica
si otterrebbero risultati eccezionali, per l’ambiente e per la qualità
dei prodotti.
Ora la smetto davvero, ma ti prego, Carlin, se puoi fa’ che l’Università
di Pollenzo e di Colorno dedichi alla ricerca le sue migliori energie.
La didattica è importante, ma lì, da voi, conta soprattutto
la ricerca, altrimenti si farà una fabbrica di diplomi per gente
che chiede “lezioni sistematiche” allo scopo di “rispondere
giusto” agli esami.
Sono vecchio, amico mio, ma sono ancora un tuo collaboratore. Ti abbraccio
e spero di incontrarti presto, lo so che il male ti ha costretto a capire
le bevande “altre”, so che se io abitassi in India o in Cina
mi abituerei al thé come mi so abituare alla birra in Belgio o
in Slovacchia, ma nel Mediterraneo voglio finire i miei giorni con le
mie abitudini , l’acqua calda alle cinque se la beva chi vuole.
Sono buone tutte le abitudini di tutto il mondo, io difendo le mie: non
sono tradizioni, sono abitudini contratte con la mia gente. L’internazionale
l’ho condivisa e la condivido ancora, ma non voglio globalizzare
né la testa né lo stomaco. A presto eroe del Times, so che
il titolo te lo meriti e so che, un giorno o l’altro, ti costringerò
alla mia tavola.
Giovanni
Rebora
CARLO PETRINI,
Buono, pulito e giusto: Principi di nuova gastronomia. Torino, Einaudi,
2005.
Dal n. 1 del 2006
de La Civetta, bimestrale del Circolo degli Inquieti, Savona. www.circoloinquieti.it
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